Essere testimoni. Noi cristiani omosessuali di Kairos e il Washington Post

Testimonianza di Filippo Troiani del gruppo Kairos
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C’è sempre una gran confusione quando a Kairos termina la riunione del sabato, specie ultimamente, da quando il gruppo dei partecipanti si è allargato e teniamo le riunioni nella sala parrocchiale più grande, al secondo piano. Chi scappa in cucina a preparare per la cena, chi si intrattiene a commentare gli argomenti trattati. Ma sabato 22 febbraio l’atmosfera era diversa: non eravamo soli.
Un giornalista della redazione del Washington Post, il più prestigioso quotidiano dei liberal americani, per capirci quello che con le sue inchieste ha costretto alle dimissioni un presidente degli Stati Uniti, ha voluto incontrarci per ascoltare le nostre voci per l’inchiesta che sta realizzando sulla Chiesa di papa Bergoglio e i cambiamenti dopo le sue parole sulle  persone omosessuali.

Quando due anni fa su consiglio di Franco Barbero, mi sono rivolto a Kairos per iniziare un nuovo cammino di riconciliazione tra il mio orientamento sessuale e la mia fede, non credevo proprio che la strada intrapresa mi avrebbe portato sin qui. Non riesco a smettere di pensare alla strana sensazione provata per tutto l’incontro.
Già l’argomento trattato dalla nostra amica psicologa, l’omofobia interiorizzata in ciascuno di noi, dava molto di che riflettere, senza considerare l’ormai mio patologico sdoppiamento di personalità che vivo da quando frequento kairos, tra la settimana trascorsa nella mia piccola cittadina della provincia umbra, e i fine settimana fiorentini immerso in un clima di piena e totale serenità e accettazione.
E poi di fronte a me il giornalista americano che prendeva appunti un po’ su tutto, aiutato nella comprensione dal collega italiano. Per non parlare del fotografo che dopo la volontaria accettazione di alcuni di noi, non smetteva di scattare foto.

Il bello è che tanto presi dal dibattito in discussione dopo un po’ non ci siamo più nemmeno accorti della loro presenza (io in special modo distratto oltretutto come ero da altri dolci anche se dolorosi pensieri!).
Ma il meglio doveva ancora arrivare; mentre noi banchettavamo allegramente come al solito scherzando un po’ su tutto, nella sala accanto si consumava l’incontro per il quale il nostro ospite aveva varcato l’Oceano.
In una sorta di rito catartico quelli di noi che avevano dato la disponibilità a testimoniare le proprie esperienze di cristiani omosessuali si intrattenevano uno dopo l’altro/a, a colloquio con lui.
Confesso che facendo capolino tra una stanza e l’altra, aspettando con un misto di inquietudine ed eccitazione che toccasse anche a me, ero tra quelli che si era dichiarato disposto a farsi “intervistare”, la scena che ogni volta mi si presentava davanti era veramente curiosa: non so se avete presente le aule di una scuola durante gli esami.
Stesso clima: nervosismo e agitazione prima di entrare, senso di sollievo, se non di piena soddisfazione, dopo aver terminato.

In verità per alcuni di noi quello che si stava consumando era un vero e proprio esame; con se stessi con le proprie paure e con la voglia, quella si proprio tanta, di dare testimonianza di una armonia possibile tra l’amore infinito che Dio padre ha per tutti noi e il proprio orientamento sessuale.
E poi ad un tratto trafelato entra nella stanza Innocenzo, che non aveva fatto altro che correre tutta la sera per coordinare le operazioni, che mi fa «i giornalisti vorrebbero qualcuno disposto a far pubblicare il proprio nome e cognome… te la senti?».
Forse un paio di anni fa avrei risposto con una colorita espressione del nostro dialetto umbro irripetibile in pubblico. Anzi due anni fa questa domanda non me l’avrebbe proprio potuta fare nessuno perché ero ancora immerso nella mia desolante solitudine.
Così mi presento al giornalista americano con il collega italiano che funge da interprete e l’ormai onnipresente fotografo.
Il siparietto è curioso; la mia prima intervista ad un giornale straniero, si consuma in piedi difronte alla porta della cucina. L’atmosfera è informale ma l’espressione del cronista è seria e professionale e le sue domande non lasciano spazio all’ambiguità.

Come si vive la condizione di cristiani omosessuali in un paese come l’Italia, profondamente cattolico, la tua famiglia di credenti come ha preso la cosa… e poi papa Francesco, le sue aperture, come hanno influito sulla tua esistenza?
Rispondendo mi sforzo di fargli capire che il cammino dei cristiani GLBT nel nostro paese ha ormai radici lontane nel tempo, che molta strada c’è da fare ma che tanto è stato fatto e l’esperienza di kairos ne è una testimonianza.
Mentre parla mi rendo anche conto che l’immagine del nostro paese che si è portata dietro è molto rigida e in cuor mio spero che l’incontro del giorno dopo con i sacerdoti e le suore che ci guidano nel percorso di fede sia per lui illuminante.
Il tutto in realtà dura pochi minuti; niente di così sconvolgente penso. E ritorno al frastuono dell’altra stanza rimmergendomi nelle chiacchiere della serata.

Ma non posso fare finta che niente sia accaduto, perché così non è. È vero che nei giorni precedenti scherzando su questo incontro ci eravamo un po’ tutti trincerati dietro al fatto che foto e intervista sarebbero usciti negli Stati Uniti, che poi nell’era di internet significa come andare in cronaca locale.
È però la soglia psicologica che ogni uno di noi ha oltrepassato che conta e che segnerà per sempre un’altra tappa del nostro cammino di crescita ed accettazione. Senza considerare che come cristiani abbiamo adempiuto pianamente ad uno dei comandamenti più importanti che Cristo ci ha lasciato; dare testimonianza al mondo. E noi lo abbiamo fatto da cristiani omosessuali.

Il seme che cade nella terra buona darà sempre frutto.

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