Luce nella notte della città. La doppia reclusione di essere diversi tra le mura di Sollicciano

Testimonianza portata da padre Alessandro Bedin dei Missionari Comboniani di Firenze fiaccolata di luci contro l’omotransfobia e ogni discriminazione (Firenze, 17 maggio 2017)

Mittente: Mario Rossi*, via G. Minervini 2/R 50142 Firenze. Così iniziano le lettere che mi scrivono le persone che incontro a Sollicciano. Sollicciano è conosciuto come il carcere di Firenze un luogo in cui molte persone, a causa di fatti commessi che violano la legge, devono scontare anni di reclusione, accompagnati da sofferenze e violazioni della propria dignità umana.

Visitare i carcerati è un’opera di misericordia. La misericordia è una caratteristica con cui i Cristiani, gli Ebrei e i Mussulmani parlano di Dio nel suo essere amorevole verso l’umanità. Papa Francesco ci ricorda che la misericordia è la carta di identità di Dio.

Da qualche anno visito i carcerati con una attenzione particolare a coloro che provengono dall’Africa. Parlando con l’equipe educativa ho appreso che queste persone sono messe da parte, a volte subiscono aggressioni non solo verbali ma anche fisiche. Il loro essere differenti perché il colore della pelle li fa diversi, è un elemento che può provocare esclusione, offesa e oblio. In un luogo che è già privo di libertà queste persone esperimentano una doppia reclusione, hanno violato la legge sono colpevoli di essere diversi.

Come è possibile portare speranza in un luogo dove agli occhi della gente ci sono solo criminali che non meritano niente, se non di essere puniti e dimenticati per sempre?

Il contatto epistolare, la visita in carcere, l’accompagnare la persona per un permesso di libera uscita, offrire la propria casa per una misura alternativa, sono strade, tra le tante possibili, per impedire che la violenza nel contesto carcerario lo faccia disperare. Forse l’aiuto maggiore può essere offerto al termine della pena: un aiuto fatto di vicinanza, di sostegno nel reinserimento lavorativo, nel recupero di relazioni più o meno compromesse.

Il carcere rappresenta il lato oscuro dell’uomo, è simbolo di una società malata. Il carcere è lo specchio in cui siamo chiamati a vedere le nostre colpe, il nostro male. Il male ha un nome: droga, violenza, rapina, crimine, omicidio, rubare.

Perché la persona arriva a commettere atti contro il prossimo danneggiando se stesso e gli altri? Forse la prigionia più oscura da accettare non è quella del carcere, ma la prigionia della propria paura, della depressione, della nevrosi interiore, prigionieri delle proprie emozioni che non riusciamo a viverle e ad esprimerle donando all’altro e a noi stessi la gioia dell’incontro.

C’è bisogno di un cuore che abbia compassione dei carcerati, c’è bisogno di misericordia per trovare il coraggio di andare dai prigionieri, entrando nella loro paura, nella loro solitudine, nella loro depressione. E c’è bisogno di confidare che lì non incontriamo solo il prigioniero, bensì una persona il cui volto rivela la presenza di un Dio che soffre.

In ciascuno riconosciamo anche il desiderio profondo di evadere dalla prigionie e di crescere a immagine di Dio che ci ha creati liberi per amare e sognare una vita felice. Credendo al Dio di Gesù Cristo presente nel carcerato gli consentiamo di evadere dal carcere della condanna e dell’autopunizione e di osare il cammino nella libertà, incarnando quella forma unica e originale che Dio ha sognato per lui.

“Dietro il delitto c’è una passato, ma davanti al delitto c’è un avvenire; e in questo avvenire vive ed opera un uomo. Dopo qualche tempo questo, spesso, è un uomo completamente diverso da quello che ha commesso il delitto”, scrive Nicolò Amato magistrato, ex direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

* Il nome reale è stato cambiato.

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