“Che cosa impedisce che io sia battezzato?”. L’eunuco e lo sciogliere ed il legare della chiesa

Riflessioni bibliche di Nicola del gruppo di cristiani LGBT di Lucca

Il perdono delle offese (Matteo 18, 15-20) «Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello; ma, se non ti ascolta, prendi con te ancora una o due persone, affinché ogni parola sia confermata per bocca di due o tre testimoni. Se rifiuta d’ascoltarli, dillo alla chiesa; e, se rifiuta d’ascoltare anche la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano. Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo.
E in verità vi dico anche: se due di voi sulla terra si accordano a domandare una cosa qualsiasi, quella sarà loro concessa dal Padre mio che è nei cieli. Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Filippo e il ministro etiope (Atti, 8: 26-39) Un angelo del Signore parlò a Filippo così: «Àlzati e va’ verso mezzogiorno, sulla via che da Gerusalemme scende a Gaza. Essa è una strada deserta». Egli si alzò e partì. Ed ecco un etiope, eunuco e ministro di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i tesori di lei, era venuto a Gerusalemme per adorare, 28 e ora stava tornandosene, seduto sul suo carro, leggendo il profeta Isaia. Lo Spirito disse a Filippo: «Avvicìnati e raggiungi quel carro». Filippo accorse, udì che quell’uomo leggeva il profeta Isaia, e gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?» Quegli rispose: «E come potrei, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui. Or il passo della Scrittura che egli leggeva era questo:

«Egli è stato condotto al macello come una pecora;
e come un agnello che è muto davanti a colui che lo tosa,
così egli non ha aperto la bocca.
Nella sua umiliazione egli fu sottratto al giudizio.
Chi potrà descrivere la sua generazione?
Poiché la sua vita è stata tolta dalla terra».

L’eunuco, rivolto a Filippo, gli disse: «Di chi, ti prego, dice questo il profeta? Di se stesso, oppure di un altro?» Allora Filippo prese a parlare e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli comunicò il lieto messaggio di Gesù. Strada facendo, giunsero a un luogo dove c’era dell’acqua. E l’eunuco disse: «Ecco dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» [Filippo disse: «Se tu credi con tutto il cuore, è possibile». L’eunuco rispose: «Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio».] Fece fermare il carro, e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco; e Filippo lo battezzò. Quando uscirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo; e l’eunuco, continuando il suo viaggio tutto allegro, non lo vide più.

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Un passo che parla del perdono delle offese è già in sé molto importante per una comunità cristiana. Un passo che parla addirittura del perdono dei peccati è fondamentale per i cristiani e per tutta l’umanità e forse potremmo dire che il perdono di Cristo è la cosa fondamentale, mettendo, per una volta, un articolo determinativo chiaro e netto, che lasci poco spazio alla relatività.
Secondo il mio parere, ci sono innanzitutto due cose (ma potrebbero essere molte di più, a un livello di analisi più approfondito) che devono essere sottolineate in questo passo. La prima spaventa un po’, o comunque mette in guardia, solennizza la chiamata cristiana e questo, a volte, può essere paralizzante. Si tratta dell’enorme responsabilità dei cristiani, sia nel loro essere individui sia nel loro essere chiesa, quando si tratta di annunciare, appunto, il perdono dei peccati.

La seconda cosa da sottolineare, almeno secondo me, è la garanzia di accompagnamento con la quale Gesù conclude il passo in questione, quella bellissima frase che dice: “Poiché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Vediamo il primo punto, la responsabilità. Il versetto chiave per cogliere questo aspetto, mi pare, è: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo”.
Il testo ci dice: “sì, avete un’enorme responsabilità, una responsabilità di cui neanche vi rendete conto, tanto grande che, se siete onesti, dovrebbe farvi tremare e che in effetti (e la Storia lo conferma) vi farà vacillare e cadere se la esercitate da voi stessi: siete chiamati a legare e a sciogliere, cioè a dichiarare chiaramente e senza fronzoli sulla terra (cioè ai vostri fratelli in umanità, al mondo che non conosce Dio né se stesso, ma anche a voi chiesa ogni volta che vi volgete all’errore) ciò che è legato e sciolto nel cielo.

Siamo chiamati, come diremmo oggi, a dire le cose come stanno. La nostra responsabilità è importante, è fondamentale che noi portiamo un annuncio che ci travalica, talmente essenziale da configurarsi come la prima e l’ultima parola sull’uomo e su Dio, l’alfa e l’omega della Storia e della vita di ciascuna creatura. Un cristiano onesto, mosso dall’amore per Dio e per il prossimo, non può non porsi problemi e questioni di ogni tipo, non può non titubare, non può non sentirsi almeno in parte paralizzato quando sente Gesù dire che ciò che la chiesa lega in terra sarà legato in cielo e ciò che essa lega in cielo sarà legato in terra. Sembra quasi che Gesù affidi alla chiesa un’importanza superiore alla volontà del Padre nostro “che è nei cieli”!

Ovviamente questo non è né può essere vero. Mi pare che il versetto vada inteso nel senso che, quando onestamente guidata dallo Spirito, la chiesa si pronuncia con certezza e con rettitudine circa ciò che lega e scioglie l’uomo nell’intenzione di Dio, ovvero circa la condizione dell’uomo, la sua morale, addirittura la sua salvezza eterna: in breve, si determina qui la posizione dell’uomo rispetto a Dio. Non è la chiesa che detta le regole al Padre, è la chiesa che, creata, mantenuta e alimentata dallo Spirito, riflette in se stessa e verso l’esterno (il mondo) ciò che Dio vuole, ciò che Egli è.
Qual è, però, questa posizione che ho chiamata “dell’uomo rispetto a Dio”? A ben vedere, non si tratta veramente della posizione dell’uomo rispetto a Dio, quanto piuttosto della posizione di Dio rispetto all’uomo. Il messaggio cristiano nasce da un evento, non da una religione: se Gesù di Nazareth non fosse vissuto storicamente, forse potremmo immaginare o anche percepire l’esistenza di Dio, ma non la conosceremmo nel senso biblico del termine, cioè non la faremmo intimamente nostra.

Vale a dire, il vero, insondabile e irrisolvibile problema sarebbe che non avremmo alcun modo di comprendere la Sua disposizione verso le Sue creature, il Suo essere relazione d’amore. Ho visto su internet un noto polemista ateo dire, con la serenità in volto, che per lui Dio “non è nemmeno una possibilità da prendere in considerazione”. Così è per chiunque prescinde da Gesù. Di più, così è per noi tutti ogni volta che prescindiamo da Gesù di Nazareth, non solo in quanto Cristo (cioè in quanto Dio), ma anche in quanto Gesù uomo, Gesù storico (Non è forse costui il figlio di Giuseppe?).
Ad essere onesti, non si può pensare, concettualizzare, immaginare Dio e avere la pretesa che, solo perché lo concettualizziamo, egli esista davvero. Il centro dell’Evangelo, se letto in controluce, dice proprio questo! Può sembrare paradossale, ma le parole del polemista ateo possono avere, se giustamente commentate, una valenza cristiana fondamentale: l’esperienza cristiana dice effettivamente che Dio non lo possiamo neanche prendere in considerazione in quanto uomini. Per quanto sta in noi, Egli non è una possibilità. È lui che ci Si rivela in via prioritaria, prima di rivelarci la sua verità.

Nell’evento della Parola incarnata e crocifissa è Dio che fa l’uomo a propria immagine e somiglianza, non viceversa; è Dio che lacera la storia e interviene in favore delle creature, non sono gli uomini che ingabbiano Dio e lo abbarbicano con i propri riti; è Dio che si incarna e si fa uomo, non è l’uomo che sublima se stesso ed esternalizza la propria coscienza, chiamandola “dio”; un approccio in cui l’uomo salga a Dio attraverso una scala (anche la più nobile, anche la più pia, anche la più ritualistica e religiously correct delle scale) è un approccio idolatrico che conduce, in chi lo osserva e ne è coinvolto, a due forme di peccato apparentemente antitetiche ma in realtà tra loro cooperanti alla negazione di Dio: l’idolatria, intesa come parola dell’uomo su Dio e non di Dio sull’uomo, e l’ateismo nel suo essere (anche) ricerca circa il bene e il male a prescindere dalla Parola di Dio.

Questa la responsabilità enorme della chiesa, questo il comandamento/promessa di Gesù ai suoi discepoli. Le sue parole sembrano dire: “state molto attenti quando legate e sciogliete, perché la vostra azione, i vostri pronunciamenti, i vostri decreti vengono percepiti dal mondo come la volontà
di Dio! Fate dunque attenzione che siano conformi ad essa!” Come possiamo sapere che lo sono, come possiamo, onestamente, arrischiarci a compiere un tale passo senza peccare di enorme superbia? Lo capiamo, relativamente a questo passo, continuando a leggere il testo (come sempre accade nella Scrittura). Gesù stesso rassicura i suoi, come se dicesse: “sì, avete una responsabilità enorme, che non potrete sostenere da soli. Rischiereste, se ci provaste, di bestemmiare contro Dio e il suo volere.”

Ma Gesù è con i suoi ogni volta che “due o tre” (non milioni, notiamo en passant) sono riuniti nel suo nome. Purché siamo riuniti nel suo nome e non nel nostro, purché ci facciamo guidare dallo Spirito, purché tutte le nostre azioni e i nostri pensieri predichino sempre e solo “Gesù Cristo, e lui crocifisso”, allora (e solo in quel caso!) quello che leghiamo e sciogliamo sulla terra sarà legato e sciolto in cielo.
Il secondo passo scelto (Atti, 8: 26-39) sembra quasi essere una postilla esemplificativa di questo legare e sciogliere di cui Gesù ci parla nella pagina di Matteo. In esso un eunuco etiope si è recato a Gerusalemme “per adorare”.
Notiamo però che agli eunuchi non era permesso entrare nel Tempio, essi non erano certo la crème de la crème del popolo eletto e, a voler essere rigidamente ortodossi, si sarebbe potuto pensare, all’epoca, che ne fossero esclusi. Come si deve comportare l’uomo cristiano (cioè l’uomo di Gesù) di fronte a chi è ritenuto, sulla base di una serie di convinzioni socio-culturali (ma anche religiose!), fuori dall’amore di Dio? Cosa fare di fronte al mondo quando è in gioco il legare e lo sciogliere, ovvero l’annuncio onesto e chiaro della parola di Dio, che è Gesù Cristo?
L’eunuco vuole sapere, vuole conoscere la Parola di Dio! Va a Gerusalemme, la città santa, anche se non potrà entrare nel Tempio. Intraprende un simile viaggio anche se ancora non comprende la Parola, che pure ricerca avidamente. Legge Isaia, uno dei più chiari profeti che parlano della venuta del Cristo, ma non lo capisce. Laicamente, quanto è simile questo eunuco all’uomo che ricerca il bene ma non lo trova!

Comunque, la grazia di Dio è già all’opera, quantunque il nostro eunuco non ne abbia idea. Filippo è mosso dallo Spirito ad “accostarsi”, a “sedersi accanto” al pellegrino intento a cozzare contro il guscio della Scrittura. Quello che succede dopo è meraviglioso, il testo muove a commozione il lettore attento e risponde forse, almeno parzialmente, alla domanda che ci siamo posti: cosa deve fare la chiesa? In che modo essa è chiamata veramente a legare e sciogliere?

Ecco come! Filippo chiede al viandante/eunuco: “Capisci quello che stai leggendo?” L’eunuco risponde: “E come potrei, se nessuno mi guida?”. Non si tratta dunque di leggere, si tratta di capire. Si tratta di conoscere Dio veramente, per come Egli è e non per come noi lo immaginiamo, si tratta di adorarlo in spirito e verità. E per conoscerlo così, come Egli vuole essere conosciuto, si deve subordinare la parola su Dio (le nostre risposte, tutte fallimentari, a domande come: chi è Dio? chi è l’uomo? cosa Dio vuole? cosa Egli chiede all’uomo? come l’uomo deve rispondere? come l’uomo deve vivere?) alla Parola di Dio, che risponde a tutti questi quesiti e a moltissimi altri in e attraverso l’evento Gesù Cristo, e in nessun altro modo. Qual è, nel passo in esame, questa parola di Dio, che è anche, in buona sostanza, l’unica parola sicuramente vera su Dio? È il lieto messaggio di Gesù che Filippo spiega al viandante/eunuco.

Nella storia della Chiesa e delle chiese ci si è spesso concentrati sul secondo elemento della locuzione “lieto messaggio”, che traduce il greco Eu-anghelion (Vangelo), come se il cristianesimo fosse un messaggio da fare proprio, pena la morte (terrena e/o eterna!) del riottoso. In questo modo, tutte le chiese hanno legato e sciolto, ma in modo quanto mai folle, errato e fuorviante. Osservare Gesù Cristo nel suo essere unica Parola di Dio porta a concentrarsi, invece, sull’altro elemento della locuzione: il messaggio di Cristo non è un lieto messaggio, è un messaggio lieto.
La buona notizia, in questo passo, è che la condizione dell’uomo che ricerca con zelo e impegno la grazia di Dio è già quella dell’uomo accolto da Gesù Cristo nell’amore di Dio. All’eunuco non è posta alcuna condizione relativa al suo essere eunuco, elemento che non viene problematizzato. Questo perché la categorizzazione degli esseri umani in puri e impuri, in Giudei e Greci non fa più parte, una volta che avviene l’incontro con Cristo, dell’orizzonte da considerare quando si parla della relazione tra Dio e l’uomo.

All’eunuco non è imposta come condizione nemmeno l’adesione al corpo dottrinale e religioso che, eventualmente, sta dietro e dopo l’incontro salvifico con Gesù, ma di cui Filippo non parla affatto. Non è questa adesione ad essere prioritaria. Essa è importante, è bella, ma non è salvifica: essa ci dice poco o nulla sulla relazione che Dio instaura con l’uomo in Gesù Cristo.
Il messaggio è dunque realmente lieto perché dice a tutti che nessuno è escluso e la chiesa scioglie e lega nel modo giusto solo quando si comporta come Filippo, si “siede accanto” ai viandanti (chiunque e comunque essi siano) e racconta loro che c’è sì un messaggio a cui tutti gli esseri umani, senza eccezione, sono chiamati, ma insistendo che è un messaggio lieto. Dire che il messaggio è lieto non significa affatto che accoglierlo e farlo proprio sia semplice, né che il messaggio non comporti responsabilità enormi.

Un messaggio lieto che sia autenticamente cristiano è un “sì” all’uomo senza condizioni, ma per esserlo davvero dev’essere con altrettanta forza un “no” al peccato dell’uomo. I cristiani, allora, sono chiamati a indagare onestamente, rigorosamente e soprattutto con spirito evangelico quale sia il modo nel quale lo Spirito li chiama direttamente a legare e a sciogliere.

Quando la chiesa fa questo, il viandante reagisce con una sola risposta possibile: “Ecco dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?”.

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