“Dall’accoglienza nasce la pace”. La tre giorni di Pax Christi vista da noi

Dal 6 all’8 GIUGNO 2016 Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace, ha organizzato la tre giorni “DALL’ACCOGLIENZA NASCE LA PACE”, per preti, laici e amici di Pax Christi, al Centro di spiritualità di “Santa Maria dell’Acero” di VELLETRI (Roma).
A questo incontro hanno partecipato alcuni amici del gruppo Kairos, che ha fatto esperienza da tempo dell’accoglienza della Casa della Pace di Pax Christi di Firenze e del suo Punto Pace.
Ci siamo trovati con uomini e donne da tutt’Italia e col Vescovo di Altamura Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, per discutere di Accoglienza attraverso le parole de “L’Amoris Laetitia”, la testimonianza dei migranti accolti dal Centro Astalli di Roma e l’esperienza delle persone omosessuali credenti. Ecco il racconto di come è andata.

Lunedì 6 ACCOGLIERE LA LETIZIA DELL’AMORE

Se il buon giorno si vede dal mattino, allora il diluvio scrosciato giù al momento di partire da Firenze per andare verso i colli romani poteva essere un avvertimento … attraversare le strade di Campi Bisenzio sommerse sotto l’acqua per problemi alle fogne, poteva essere il preliminare di un’esperienza tragica. Effettivamente la nostra pandina gialla doveva nuotare in questa nuova Atlantide sommersa, come fosse la nave di un eroe, di un Ulisse, per condurci ai lidi agognati. Dopo qualche oretta siamo attraccati a Velletri, pronti a conoscere le rotte dell’accoglienza sotto la guida di Pax Christi.
Eravamo per la maggioranza non-più-ragazzi, molti dei quali preti … dentro di me ho pensato chissà che discorsi fuori dal mondo e poco attuali faranno, dopotutto uomo avvertito mezzo salvato, cos’altro avrei potuto aspettarmi? C’era stato persino il nubifragio!
Eppure, dopo la prima relazione di Christian Medos sull’Amoris Laetitia, che ha sottolineato il primato morale della coscienza individuale sulle norme estrinseche e oggettive, si sono accesi moltissimi interventi tutti (per di più) progressisti … una partecipazione inattesa. L’esortazione del Papa chiede di integrare le persone irregolari nelle comunità parrocchiali, ognuno dei presenti ha portato vivacemente le sue esperienze a questo riguardo..

Martedì 7 ACCOGLIERE LO STRANIERO

La mattina è iniziata con la preghiera, poi in treno fino a Roma. Siamo andati al centro Astalli che si occupa di accogliere i rifugiati ed è gestito dai gesuiti. Padre Camillo Ripamonti ha guidato la visita del posto. Abbiamo ascoltato la storia di un ragazzo somalo che ha descritto il suo viaggio della speranza. Vissuto in un paese senza governo (da 20 anni), è stato spinto a scappare dalla madre per paura della vendetta di un gruppo armato locale, che per punire suo cugino avrebbero ammazzato lui. Ancora adolescente ha trovato la forza per pagare dei trafficanti di uomini, con la fiducia di poter salpare per l’Europa.
Nel deserto la macchina che portava lui e altri migranti si rompe; appena aggiustata, l’autista corre senza fermarsi, neppure la notte, per recuperare i giorni persi. Un compagno di viaggio scivola accidentalmente dal mezzo ed è abbandonato dal trafficante di uomini nel deserto, senza acqua né cibo. A due chilometri dalla città tutti sono fatti scendere con un’indicazione sommaria di dove dirigersi, peccato che mancassero ancora diversi giorni di cammino, a piedi nel deserto, prima di arrivare alla prima oasi. Il nostro ragazzo dopo giorni di cammino tra la sabbia, le dune e il vento arriva in una città libica. Ha perso tutti i suoi amici di viaggio.Si ferma in un ristorante. Prende qualcosa da mangiare, ma riesce soltanto a bere. Per ripagare il debito gli è chiesto di lavorare in cucina. Passato del tempo i suoi colleghi del ristorante gli regalano dei soldi che lui usa per fare il viaggio sul gommone e sbarcare a Lampedusa. È una storia shock, che fa pensare. Mille sono stati gli interventi dei presenti.

Mercoledì 8 ACCOGLIERE OLTRE LA DISCRIMINAZIONE. OMOSESSUALI CREDENTI

Appena svegli assistiamo alla messa di Eugenio (prete di Pax Christi), che è riempita di segni, diversi da quelli abituali. La stola poggiata sull’altare per simboleggiare il sacerdozio dei fedeli. Il lezionario (la parola di Dio) è “sporcata” con fiori e sandali a significare che la parola che proclamiamo deve sporcarsi con la vita dei fedeli. E’ stata una liturgia pedagogica che ci ha fatto capire che siamo popolo di Dio.
Dopo colazione abbiamo ascoltato due ospiti, padre Pino Piva (coordinatore dell’equipe di spiritualità delle frontiere) e Andrea Rubera, che ci hanno parlato dell’esperienza delle persone omosessuali credenti. Dopo aver visto un video introduttivo, Andrea ci ha riferito di sé. Ragazzo di parrocchia, capisce di essere omosessuale e pensa che avrebbe vissuto da solo per il resto della vita. Negli anni delle medie subisce il bullismo, che lo porta a controllare tutto di sé, da come parla ai film che guarda. All’università conosce Dario con cui inizia una relazione nascosta. Hanno due case diverse e due vite parallele. Vive la sua fede con distacco, «dalla finestra». Dopo un incidente mortale di moto dice a Dio «io sono gay e non sono altro da questo», esce fuori dal suo nascondiglio con le persone. Si è sposato con Dario ed ha avuto tre bambini con lui. Adesso segue il gruppo Nuova Proposta di omosessuali cristiani.
La discussione che è seguita ha messo in luce quanto sarebbe importante che le parrocchie fossero comunità inclusive, soprattutto per chi vorrebbe vivere la fede ma si trova ai margini, solo perché omosessuale.

MORALE DELLA FAVOLA

Il gioco è valso la candela! Nonostante la partenza accidentata, i tre giorni sono stati una scuola di accoglienza. Il ruolo centrale l’hanno avuto i racconti, le testimonianze. Questo insegna che l’accoglienza parte dall’ABC della relazione, cioè l’ascolto.  Non esistono categorie di uomini indicizzabili, ma facce che raccontano una storia che potrebbe essere la mia. Sono nomi di persone, corpi umani, parlanti, sofferenti, sensibili. Nomi che Dio ha salvato nel suo cuore da sempre (così ci dice la bibbia) e che la chiesa deve esercitarsi a integrare. A questo serve la spiritualità delle frontiere … generare un dialogo aperto e inclusivo con chi abbiamo messo ai confini. Se non siamo disposti ad ascoltare, il nostro cuore diventa muto e sordo, mentre la vita di chi facciamo tacere grida contro di noi e contro Dio.