Non perdere la speranza! Per i cristiani omosessuali è tempo di vivere in pienezza

Intervento di Gianni Geraci* tenuto all’incontro-confronto “Le strade dell’amore. Cura pastorale e giustizia sociale per le persone omosessuali e transessuali” (Firenze, 8 novembre 2015)

Non vi parlerò della genesi e delle caratteristiche del libro “Le strade dell’amore” (Edizioni Piagge, 2015) ve le ha appena raccontate Andrea Rubera con cui ho condiviso una parte del cammino che ha portato alla sua pubblicazione (non conoscendo l’inglese non ho infatti partecipato alla fase di editing).

Anche di quanto c’è scritto nel mio contributo a questo libro non credo sia il caso di parlare: sono cose che ho letto e riletto più volte e difficilmente riuscirei a formularle meglio durante un intervento come questo.

Vorrei invece parlarvi di tre persone che, in tempi e circostanze diverse, mi hanno suggerito le cose che ho scritto e hanno ispirato tutto il percorso che mi ha portato qui davanti a voi. Vorrei parlarvene perché due sono di Firenze e una di queste la conoscete senz’altro.

Si tratta di monsignor Enrico Chiavacci, don Enrico per tutti quello che l’hanno frequentato. E’ stato lui, infatti, che in una sera del luglio 1994 ad Agape, un centro ecumenico della Chiesa Valdese che organizza da più di trent’anni dei campi su “Fede e omosessualità”, durante una lunga chiacchierata, mi ha detto: «Voi gay dovete mettervi a fare teologia. Sarà senz’altro una teologia scadente, perché non siete preparati, ma sarà una teologia che nasce dalla vostra vita e che aiuterà i teologi veri a tener conto della vostra esperienza quando parlano di voi».

È stato questo incoraggiamento che mi ha spinto a osare quello che non avrei mai osato fare: impostare il mio contributo a questo libro come un contributo di riflessione teologica proposto da una persona che, come me, di competenze teologiche non ne ha molte. Ecco perché il testo del Magistero a cui ho fatto riferimento è quello che è più facilmente alla portata di tutti: il Catechismo della chiesa cattolica. Ecco perché non ho parlato dei possibili evoluzioni che il Magistero può avere in seguito a una migliore comprensione del dato rivelato sulla sessualità e sull’orientamento omosessuale. Ecco perché ho invece cercato di rispondere a una domanda che mi è stata fatta migliaia di volte: «Ma è possibile essere omosessuali, essere cattolici e vivere serenamente la propria Fede e la propria omosessualità?».

Tra l’altro la risposta è piuttosto chiara e si trova giusto all’interno delle poche righe che il Catechismo della Chiesa cattolica dedica alle persone omosessuali. Quando infatti, punto 2358, afferma che «sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita» dice chiaramente che l’omosessualità e l’adesione alla Chiesa non sono in contraddizione e che, non solo si può essere, nello stesso tempo, omosessuali e cristiani, ma che le persone tutte omosessuali dovrebbero impegnarsi per esserlo.

D’altra parte è il Concilio di Trento, ad affermare, nel canone 17 del Decreto sulla Giustificazione che bolla le tesi di chi sostiene che alcuni non possono aspirare alla salvezza con la condanna: «Anathema sit!». E quando sento qualche bravo cristiano dire gli omosessuali «finiranno tutti all’Inferno» mi viene tanta voglia di dirgli: «Ma lo sa che quella che ha appena detto è un’eresia?».

La seconda persona di cui mi sento debitore nel rileggere le cose che ho scritto nel libro che presentiamo questa sera è don Giuseppe Dossetti, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II a cui si era rivolto il mio direttore spirituale per chiedergli un consiglio sull’idea, che lui mi aveva suggerito, di diventare monaco. La via monastica mi attirava molto, in più mi sembrava una scelta che mi dava la possibilità di dare un senso alla mia condizione di omosessuale che, per forza di cose, non poteva sposarsi e mettere su famiglia. Avevo però tutta una serie di paure e di perplessità che mi bloccavano. E proprio per avere un consiglio da parte di una terza persona ho deciso di rivolgerci a Dossetti con una lunga lettera in cui, da una parte elencavo i motivi per cui avrei dovuto entrare nella comunità monastica di cui faceva parte il mio direttore spirituale e  dall’altra elencavo i motivi per cui era meglio che non facessi quella scelta.

Di quell’incontro la cosa che ricordo di più non fu però il consiglio di non prendere una decisione affrettata, ma la frase con cui mi ha congedato: «Ricordati di conservare la Speranza!». Il senso vero di quella frase l’ho compreso solo qualche anno dopo, sempre a Bologna, dopo un incontro in cui mi avevano chiesto di presentare al Cassero, la sede nazionale di Arcigay, il libro Scommettere su Dio. Per una teologia della liberazione di lesbiche e gay di John McNeill (l’ex gesuita statunitense che, nel libro La chiesa e l’omosessualità, aveva posto le basi per una revisione radicale del magistero della Chiesa cattolica sull’argomento).

Alla fine della presentazione un giovane uomo si è alzato e mi ha detto più o meno così: «Potresti anche avere ragione se non ci fosse il fatto che la Chiesa cattolica, comunque ci condanna e, insieme a lei, ci condannano la maggior parte delle altre chiese cristiane. Potresti anche avere ragione se non ci fosse il fatto che questa condanna scaturisce direttamente dalla Bibbia, perché nel Levitico si legge: “Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio” (18,22) e poco più avanti si legge: “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro” (20,13). È inutile girarci intorno: la Bibbia ci condanna, la Chiesa ci condanna e anche la maggior parte delle religioni ci condannano. Ecco perché non mi aspetto molto nell’Aldilà, ammesso che ci sia. Quello che posso fare, piuttosto, è cercare di godermi l’Aldiquà senza farmi troppe menate».

Durante la notte non sono riuscito a chiudere occhio. Continuavo a pensare a quel giovane, così lucido, così sereno, eppure così disperato (aveva detto di  aver perso qualunque speranza di trovare nel cristianesimo delle parole di salvezza). Ed è stato in quel momento che mi sono tornate alla mente le parole di don Giuseppe Dossetti: «Ricordati di conservare la speranza!».

Fino ad allora avevo pensato che si riferisse alla mia di Speranza, in quel momento mi accorgevo che don Dossetti mi indicava la speranza dei tanti omosessuali che tutti i giorni rischiano di perdere di fronte a una chiesa da cui non si sentono accolti e compresi.

In quella notte ho deciso che da allora in poi avrei dedicato la mia vita a questo progetto: aiutare le persone omosessuali a conservare la speranza. Avevo finalmente trovato quella vocazione che, tanti anni prima, mi aveva portato a chiedere un parere a don Dossetti per entrare in monastero.

A quell’invito a conservare la Speranza sono debitore di molte delle cose che ho scritto nel libro Le strade dell’amore, in particolare di tutte le cose che ho scritto in merito alla necessita di arrivare prima di tutto a una sana autostima senza la quale il riferimento all’«esercizio delle virtù del dominio di sé, educatrici della libertà interiore» (cfr. 2359) perde qualunque significato concreto.

Fatemelo ripetere, perché è davvero importante: solo gli omosessuali che non si considerano degli esseri inferiori, dei poveri sfigati destinati all’infelicità, dei malati da curare, possono prendere in considerazione l’idea di vivere sul serio la propria condizione di omosessuali credenti.

Quelli che si considerano dei poveri malati, quelli che parlano dell’omosessualità come di una sfortuna o, peggio, come di una disgrazia, debbono prima ritrovare la fiducia in se stessi e debbono guarire dall’omofobia interiorizzata che impedisce loro di vedere quanto sia stimolante una condizione in cui ciascuno è chiamato a inventarsi un cammino specifico verso la santità.

A questi omosessuali e a tutti quelli che non accettano la loro omosessualità, suggerisco sempre di riprendere la vecchia preghiera del mattino e della sera consigliata dal Catechismo di Pio X e di recitarla ogni giorno così: «Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore, ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, fatto omosessuale e conservato in questo giorno».

Il giorno in cui abbandoniamo la disperazione e iniziamo a ringraziare Dio di essere quello che siamo è anche il giorno in cui possiamo iniziare quel percorso di avvicinamento alla perfezione cristiana di cui parla il Catechismo.

La strada però non è una corsa in discesa, ma piuttosto una salita lena e piena di difficoltà. Ed è qui che debbo ricordare la terza persona che mi ha aiutato a scrivere quello che ho scritto. Si tratta di Sergio Simoni, un mio coetaneo che era stato uno dei fondatori del primo gruppo di omosessuali credenti di Firenze. Era molto attivo nel partecipare alle attività che la comunità LGBT proponeva in città e, durante una passeggiata in montagna, in seguito a quella che a prima vista era sembrata una banale caduta, ha perso l’uso di tutti e quattro gli arti.

Io l’ho conosciuto quando aveva già iniziato la sua lotta contro la paralisi che lo bloccava: era diligentissimo nel seguire le sedute di fisioterapia e si impegnava a fondo per migliorare le sue condizioni di salute.
Un pomeriggio ho avuto modo di stare solo con lui per alcune ore ed è stato in quella circostanza che ho scoperto la sua grande saggezza.

«Vedi – mi ha detto – se penso che ci sono persone che parlano della loro omosessualità come di una disgrazia, mi rammarico di non poterle incontrare e di non poter parlare con loro. Io ho avuto la sfortuna di avere un incidente, ma non mi considero affatto un disgraziato: la sfida che ho davanti sembra disperata, ma io non mi ho perso la speranza e continuo a lavorare seriamente per riconquistare, pian pianino, un po’ di autonomia. Lo so che l’idea di vivere di nuovo come tutti gli altri è un’utopia, ma so anche che ogni piccolo miglioramento è qualcosa di positivo e di profondamente bello anche perché  so già fin da ora che di strada da fare ne avrò sempre tanta».

E’ ripensando a lui e alle sue parole che ho scoperto l’importanza di due atteggiamenti a cui deve attenersi una persona omosessuale che vuole seguire le indicazioni del Magistero: la pazienza e l’accettazione dei propri limiti.

La pazienza viene ricordata molto bene anche dal Catechismo quando, al punto 2359, afferma che: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana».

È vero! C’è l’invito esplicito a vivere la castità, ma non occorre essere grandi moralisti per ricordare che la castità non sempre è sinonimo di continenza. Don Leandro Rossi, quando, poco prima di morire, è venuto al Guado per parlare di Quale castità per le persone omosessuali ha usato un’espressione particolarmente felice per definirla: «Castità è mettere il sesso al servizio dell’amore e non del proprio piacere».

«Può allora una coppia omosessuale – ha senso a questo punto chiedersi – vivere la castità in questa forma»? Il Magistero della chiesa fin’ora ha risposto di no, ma l’esperienza di migliaia di omosessuali ci dice il contrario.
In qualunque caso il cammino verso la castità non è certo mai un percorso facile: ci sono le cadute, ci sono i momenti in cui viene il fiatone, ci sono i momenti in cui si ha l’impressione di stare fermi sempre al solito posto quando non si ha addirittura il dubbio di tornare indietro.

Sergio mi ha chiesto di dire alle persone omosessuali che tutti questi momenti non debbono spingerci verso la disperazione, perché alla fine, davanti a noi e insieme a noi, cammina qualcuno che non ha nessuna intenzione di abbandonarci e che ci capisce sempre. Se sbagliamo non dobbiamo disperarci. Direi di più: se sbagliamo non dobbiamo condannarci, ma dobbiamo riprendere con tranquillità il nostro cammino ricordandoci quello che Giovanni scrive nella prima delle sue lettere: «Se anche il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore!» (1 Gv 3,20).

Occorre avere pazienza e non dimenticare mai che siamo sempre in cammino e che il nostro cammino è sempre attraversato dal peccato. Il Catechismo, quando dice che è possibile “avvicinarsi” alla perfezione cristiana e ci ricorda che questo avvicinamento avviene “gradatamente” ci dice che non dobbiamo scoraggiarci se abbiamo l’impressione di non arrivare mai. Ed è una delle cose che che Sergio, in quel pomeriggio indimenticabile, mi ha insegnato.

La seconda cosa che ho imparato da lui è invece l’accettazione dei propri limiti, che va vissuta invece tutte le volte che ci accorgiamo che il bisogno di relazione è per noi più importante del desiderio di obbedire al Magistero. Sarà il tempo e saranno i consigli delle persone che hanno a cuore la nostra salvezza ad aiutarci in quel lavoro di discernimento che, in casi come questo, è sempre necessario.

Dalla Bibbia, però, l’invito che ci viene rivolto è molto chiaro e ci dice che, quando accettiamo i nostri limiti e li affidiamo a Dio, siamo davvero in sintonia con il suo grande amore.

Basta leggere il Salmo 130 per capirlo: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia».

Anche se aveva una volontà di ferro e seguiva le raccomandazioni che gli davano con grandissima diligenza, Sergio, in quel pomeriggio che abbiamo passato insieme, mi ha ricordato proprio l’atteggiamento descritto da questo salmo: l’atteggiamento di uno che sa che quello che conta davvero non è tanto l’essere perfetti, quanto l’affidarsi a Dio con tutte le proprie imperfezioni.
Qualche mese fa Sergio Simoni ci ha lasciato ed è morto. Da allora gli chiedo ogni giorno di intercedere presso Dio per tutti gli omosessuali credenti e di chiedere al Signore di aiutarli a non perdere mai la speranza.

Si tratta in sostanza di vivere tutti insieme le parole con cui si chiude il Te Deum: «In te domine speravi, non confundar in aeternum». In te Signore è la nostra speranza aiutaci a conservarla per sempre.

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* Gianni Geraci ha studiato alla Cattolica e, dopo aver partecipato attivamente alla vita di alcune associazioni cattoliche, è entrato in contatto col Guado, il gruppo di cristiani omosessuali di Milano, di cui è attualmente un animatore e portavoce. Un suo contributo è pubblicato nel libro “Le strade dell’amore” (Edizioni Piagge, 2015)