Seconda stazione. Le persone LGBT si fanno carico della croce (Gv. 19, 1-6; 16-17)

Riflessioni del reverendo David Eck Asheville, liberamente tradotte da Adriano per il Progetto Gionata

“Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare. I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s’accostavano a lui e dicevano: «Salve, re dei Giudei!» E lo schiaffeggiavano. Pilato uscì di nuovo, e disse loro: «Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora.
Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». Come dunque i capi dei sacerdoti e le guardie lo ebbero visto, gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!»
Pilato disse loro: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, giunse al luogo detto del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota”. (Gv. 19, 1-6; 16-17)

I Romani pensavano che la croce avrebbe salvato il loro impero, attraverso di essa, spaventavano le persone e le sottomettevano con la tortura e la brutalità. Al contrario, questa brutalità contribuì invece alla caduta dell’Impero. I primi cristiani hanno fatto una cosa molto radicale: hanno trasformato un simbolo di tortura e di egemonia in un simbolo di liberazione personale e sociale.

Questo è successo molte volte nella comunità LGBT (…) Quando ci fermiamo in questa seconda stazione, dobbiamo chiederci: “Come possiamo trasformare le croci che portiamo in segni di liberazione?
Come possiamo accogliere l’odio e il pregiudizio che hanno lo scopo di crocifiggere la nostra comunità e trasformarli in forze per il cambiamento e la liberazione?”.

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