L’attesa e il desiderio. Tempo di Avvento

Riflessioni di Piero Stefani tratte dal blog “Il Pensiero della Settimana”  del 1 dicembre 2013

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Al di fuori del contesto liturgico «avvento» è parola poco frequente. Comunque, quando la si impiega, indica una realtà già presente: «con l’avvento dell’automobile l’isolamento dei piccoli paesi è cessato», «con l’avvento di internet si è rivoluzionata la comunicazione» e così via. Lo specifico della fede sta invece nell’associare questo termine a un’attesa: quale?
Nel senso più comune si tratta della festa di Natale. L’Avvento è il periodo liturgico che prepara appunto quella festa. Nella prassi, è, il più delle volte, una realtà legata all’età infanzia. Tutti gli adulti ricordano i tempi passati in cui si aspettava che giungesse il regalo tanto desiderato. A partire dai primi di autunno, nella consuetudine dei genitori vige tuttora la tattica di rimandare al 25 dicembre la soddisfazione di desideri espressi da parte dei loro figli piccoli.
Una consuetudine propria dei paesi di lingua tedesca, ormai presente anche dalle nostre parti, sono i calendari dell’Avvento: ogni giorno si apre una finestrella in attesa di giungere a quella grande e doppia della vigilia di Natale.
Se ci si riflettesse, da questa usanza si ricaverebbe un insegnamento da non sottovalutare: conosciamo la méta (tutti sanno che l’ultima finestra rappresenterà una Natività), ma ignoriamo cosa esattamente ci riserva la strada (non sappiamo quale disegno troveremo nella finestrella del giorno dopo: un cavallino a dondolo? Una pallina di vetro? Un bastone di zucchero?).

Anche la liturgia nel corso di quattro settimane prepara i fedeli alla solennità di Natale. Quanto le è proprio è di far rivivere un’attesa antica insegnando di nuovo ad attendere. La sintesi di questi due atteggiamenti si chiama speranza. È una virtù che la tradizione cristiana definisce teologale.
Proprio perché l’Atteso è già giunto si è chiamati a sperare. Anche i credenti, come i bimbi, conoscono la meta mentre restano all’oscuro delle sorprese, belle, ma non di rado anche dolorose, nascoste dietro le finestrelle del nostro immediato futuro. Nessuno sa che cosa domani gli riserverà la vita; un motto che vale sia per individui sia per le collettività. Nell’assunzione di questa consapevolezza la speranza differisce radicalmente dall’ottimismo.

L’analogia tra lo spirito dell’Avvento e il calendario che lo ricorda è molto parziale. Anzi in un punto qualificante essa è del tutto assente.
Sappiamo cosa c’è dietro la grande finestra del 24 dicembre perché quel giorno è ritornato già molte volte. Non a caso con l’Avvento inizia il ciclo liturgico, espressione che sa di ripetizione: ogni anno si ricomincia.
La meta del definitivo domani a cui guarda il credente è invece posta tutta sotto l’insegna della novità di Dio: «ora, ciò che si spera, se è visto non è più oggetto di speranza» (Rm 8,24). Per la fede, l’ ultimo approdo è certo e stabile (non a caso proprio questi significati sono presenti nell’etimo della parola «amen»), ma non è ancora rappresentabile con precisione.

Nella lettera ai Romani (13,11-14) (seconda lettura della prima domenica di Avvento) Paolo prospetta uno stile di vita legato all’anticipazione. La notte è avanzata e il giorno si avvicina. Cosa debbono fare i credenti?
Non già vivere secondo le abitudini dei nottambuli (orge, ubriachezze, lussurie); al contrario, quando si è ancora nella notte, occorre adottare i comportamenti che saranno propri del giorno.
La notte si è abbreviata, essa però non è ancora finita. Secondo l’evangelo vivere all’insegna dell’anticipazione di quanto dovrà avvenire comporta un’esistenza collocata nell’orizzonte del regno di Dio.

Il suo sigillo si trova nelle Beatitudini (Mt 5,3-12). La speranza ci dice che nella finestrella, anche dura, del nostro oggi e del nostro immediato domani albeggia già la luce di una Presenza.
Il dramma reale è la constatazione che solo raramente la luce anticipatrice brilla nella notte in cui vivono i credenti. Per lo più il loro stile di vita non differisce un granché da quello degli altri, con l’aggravante (di non poco conto) dell’incoerenza.
Tra le tante voci possibili che lo hanno affermato, diamo la parola a Tolstoj. Egli dovette prendere atto che il modo di vita di una certa categoria di credenti è come quella di tutti gli altri «con l’unica differenza che essa non trovava corrispondenza proprio in quei principi che essi esponevano nella loro dottrina» (Confessioni, cap. X).

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