I gay cattolici di Kairos scrivono a Papa Francesco, che risponde: “grazie, vi benedico”

Articolo di Maria Cristina Carratù tratto da Repubblica – edizione di Firenze del 8 ottobre 2013

Si moltiplicano le lettere e i messaggi che dalla Toscana vengono inviati a Papa Francesco.
Tra questi, anche la lettera in cui i gay cattolici del gruppo Kairos chiedevano di venire riconosciuti come persone e non come «categoria», invocando apertura e dialogo da parte della Chiesa, e ricordando che la chiusura «alimenta sempre l’omofobia. E Francesco ha risposto inviando anche la sua benedizione.
Carta e penna. Fra le tante rivoluzioni compiute da Papa Bergoglio, oltre alle telefonate a casa a gente qualunque (è di questi giorni la notizia di una famiglia del Galluzzo (Firenze) chiamata al telefono da Francesco, che dopo averla invitata ad Assisi, ha chiesto se poteva benedirla e l’ha invitata a portare «i saluti e la benedizione del Papa» alla parrocchia), c’è anche l’«effetto posta».
La montagna di lettere recapitate ogni giorno nella sua residenza di Santa Marta, e inviate direttamente a lui da chi spera, così, di raggiungerlo scavalcando gli «ostacoli» curiali. E adesso c’è chi pensa che possa essere stata una di questi «messaggi in bottiglia» ad aver ispirato la svolta di Bergoglio sui gay.Una lettera inviata lo scorso giugno al Papa da vari omosessuali cattolici italiani, ma le cui firme erano state in gran parte raccolte nel gruppo Kairos di Firenze, molto attivo su questo fronte. E in cui gay e lesbiche chiedevano a Francesco di venire riconosciuti come persone e non come «categoria », invocando apertura e dialogo da parte della Chiesa, e ricordando che la chiusura «alimenta sempre l’omofobia».
Non la prima del genere inviata a un pontefice, ma a cui, come racconta uno dei responsabili di Kairos, Innocenzo Pontillo, «nessuno aveva mai dato neanche un cenno di risposta».

Questa volta, invece, la risposta è arrivata. Con un’altra lettera della Segreteria di Stato vaticana (il contenuto di entrambe le lettere è privato, e solo da poco si è deciso di rendere noto lo scambio), in cui si legge, spiega Pontillo, che Papa Francesco «ha apprezzato molto quello che gli avevamo scritto, definendolo un gesto di ‘spontanea confidenza’», nonché «il modo in cui lo avevamo scritto ».
Ma non solo: «Il Papa ci assicurava anche il suo saluto benedicente ». «Nessuno di noi si era spinto a immaginare una cosa del genere» dice il rappresentante di Kairos, ricordando, per contrasto, come l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, «si sia sempre rifiutato anche solo di riceverci, sostenendo che altrimenti saremmo stati legittimati in quanto omosessuali».

Adesso papa Francesco invia addirittura la sua benedizione, e chissà che le sue uscite successive sugli omosessuali («Chi sono io per giudicare i gay?» detto in aereo di ritorno da Rio de Janeiro, e poi le dirompenti parole a Civiltà Cattolica: «Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto, o la respinge condannandola? Bisogna sempre considerare la persona») non si debbano davvero anche a questo scambio epistolare.

E a Bergoglio, intanto, scrivono i detenuti di Sollicciano, una lettera (già consegnata direttamente a lui nei giorni scorsi dal cappellano del carcere don Vincenzo Russo), in cui gli raccontano i drammi della vita carceraria e lo invitano ad andarli a trovare, magari in occasione del Convegno ecclesiale nazionale della Cei che si terrà a Firenze nel 2015 e a cui è già prevista la presenza del pontefice.
Mentre al Papa si rivolge adesso anche la Comunità delle Piagge: «Il clima è cambiato, e chi, adesso, vuole per la Chiesa qualcosa di diverso, deve stare col Papa» riconosce don Alessandro Santoro. «Come Comunità» spiega «ci sentiamo liberati dai troppi lacci dottrinali del passato, Francesco Papa dimostra che è possibile passare dalla sola obbedienza dottrinale, alla fedeltà alla vita delle persone».
Il che «non toglie che la Chiesa abbia la sua dottrina, purché, però, al centro ci sia l’uomo con le sue sofferenze, come dice il Vangelo». Da qui l’idea (in occasione del 4° anniversario, il 27 ottobre, della celebrazione del matrimonio religioso, con un altro uomo, di una donna nata uomo, che a Santoro costò l’allontanamento dalle Piagge), di scrivere al Papa «per parlargli della nostra Comunità, di quello che fa e del perché lo fa, e per chiedergli come considera le tante condanne da noi subite» (oltre che per il matrimonio, anche per la comunione a gay e divorziati risposati).

La Toscana folgorata da Bergoglio riscopre la voglia di rinnovamento.

E’ una rivoluzione, e nessuno può più nasconderselo. La voglia, anzi, è di gridarlo forte, come si fa nelle psicoterapie di gruppo per liberarsi di qualcosa di troppo a lungo represso. La Toscana si è innamorata di Papa Bergoglio. Nonostante i meccanismi arrugginiti da decenni di magisteri «normativi », col nuovo «vescovo di Roma » – il Papa che parla di misericordia prima che di regole, distingue fra Chiesa e Vaticano e chiama alla collegialità a tutti i livelli, spiazzando gli aficionados delle gerarchie, dentro e fuori le curie – la regione dei grandi fermenti postconciliari riscopre la sua vocazione al rinnovamento. «E’ la prova che lo Spirito Santo si fa sentire, sia pure una volta ogni 50 anni» dice Renzo Bonaiuti, uno dei primi firmatati della Lettera alla Chiesa fiorentina, che nel 2007 provò, senza grandi risultati, a gettare un sasso nello «stagno» ecclesiale, invitando l’arcivescovo di Firenze a un «confronto aperto» su temi caldi come bioetica e omosessualità.
Adesso, però, tutto sta cambiando: «Ci eravamo sempre mossi come un’avanguardia radicale» dice Bonaiuti, «oggi sentiamo che le nostre idee hanno trovato cittadinanza nella Chiesa». Lo dice, su un fronte diverso, anche la Comunità di Sant’Egidio: «Francesco ci ha ridato slancio» osserva Michele Brancale, «i poveri del Papa non sono più una categoria sociologica, ma quelli di cui ci occupiamo noi tutti i giorni». Nelle parrocchie, nelle associazioni, nei gruppi ecclesiali, fra i preti e fra i laici, «e anche fra tantissimi non credenti », dice Bonaiuti, «è tutto un parlarsi e incontrarsi per capire, per prepararsi alle novità concrete che, si immagina, seguiranno ai gesti del Papa».

Perfino l’arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, il cui stile pastorale non si è mai distinto per particolare apertura (basti ricordare la dura condanna della cittadinanza onoraria a Beppino Englaro, il perentorio niet sulla comunione ai gay e ai divorziati risposati), ha di recente invitato il clero, su esempio di Papa Francesco, all’«accoglienza verso tutti», sia pure «senza diminuire le esigenze della verità» e ricordando che «su fede e morale non si possono fare sconti».
Precisazioni non esattamente di stile bergogliano, e che spingono molti a interrogarsi, ora, su un punto cruciale: il Papa dell’empatia col popolo di Dio si fermerà ai gesti, o coinvolgerà nel cambiamento tutta la struttura-Chiesa, mettendo il naso anche nelle diocesi, chiamando direttamente in causa i vescovi? «Partendo dal Vangelo sine glossa» osserva la teologa fiorentina Serena Noceti, «il Papa sta rimettendo in moto gli ambienti più diversi, compresi i teologi», specie quelli conciliari «che finora si erano sentiti in un angolo». E si immagina non risparmi i vescovi, già invitati a eleggere direttamente il prossimo presidente della Cei.
Il dibattito, però, è in corso. C’è chi è convinto che Bergoglio, «forte della sua sponda col popolo di Dio, metterà davvero mano alle riforme », sia della struttura, «in senso collegiale, chiamando anche i responsabili delle diocesi a un nuovo stile», sia della dottrina, con innovazioni su temi come sessualità, ruolo delle donne, celibato dei preti. E chi, invece, teme, o spera, «che la ‘riforma’ di Francesco sarà solo di tipo interiore». Non lo crede Piero Tani, direttore della rivista Incontri: «Che ci siano già otto cardinali chiamati dal Papa a collaborare con lui, fa pensare che una riforma strutturale sia già avviata», dice, e chissà che non arrivino novità anche in campo teologico, «per esempio sul tema del dialogo con la scienza».

Teme, invece, Severino Saccardi, direttore di Testimonianze, la rivista fondata da Padre Balducci: «Non vorrei» dice «che quella di Bergoglio fosse una rivoluzione ‘monarchica’, con un capo che dialoga direttamente con la base, ma senza che la Chiesa-istituzione cambi davvero». Una cautela che può sorprendere, in chi ha tenuto accesa la fiaccola del conciliarismo, ma anche no, come nota Mario Battistini, sindacalista della Cgil, uno dei firmatari della Lettera alla Chiesa fiorentina: «La verità è che questo Papa spiazza tutti, ma proprio tutti, sia chi finora si era appiattito sulla linea ufficiale, sia chi, pur critico, però si era abituato a contestare ‘una certa’ Chiesa. Insomma, il passaggio da ‘Abbasso il Papa’ a ‘Viva il Papa’ non è facile…».
E ad ammettere lo spiazzamento è addirittura una voce «dal di dentro» come quella del responsabile della pastorale sociale della conferenza episcopale toscana Antonino Airò, che ha anche tirato le fila di «Cattolici protagonisti», il percorso di rilancio dell’impegno sociale e politico dei cattolici toscani avviato lo scorso maggio dalla Cet: «Abbiamo considerato tanta gente, finora, ‘lontana’ da una Chiesa che era in realtà ingessata, e che solo ora, finalmente, si sente libera di esprimersi» dice. Una «primavera » che «rende possibile il dialogo con chi avevamo messo in periferia ».
I tradizionalisti temono il «bomba-libero-tutti» della fede, la fine del magistero petrino? «In difficoltà c’è solo la dimensione clericale della Chiesa» dice Airò, «fra la gente c’è attesa e gioia». E grazie a Francesco, d’ora in poi, «definire ‘protagonisti’ i cattolici, non sarà più inteso nel modo peggiore».

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