Il buon pastore, oltre il recinto della “normalità” (Gv 10,11-18)

Riflessioni bibliche del gruppo Kairòs di Firenze tratte da Adista Notizie, n. 13, 7 Aprile 2012, p.15
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La pecora è un animale mite che da solo non ha strumenti di difesa. Certamente non è un animale a cui ci paragoniamo volentieri, in quanto richiama passività e poca intelligenza: ma Gesù parla alle persone del suo tempo ed usa paragoni intuitivi.
Per un pastore ogni pecora ha un valore immenso e se si perde corre a cercarla ovunque. E le pecore sanno che la loro vita dipende dal pastore, e si affidano, si lasciano condurre.
La difesa delle pecore infatti è duplice: da una parte c’è il pastore, che le porta al pascolo e tiene lontani gli animali feroci; dall’altra c’è il gregge, la forza della comunità.

Non siamo fatti per stare da soli, ma per vivere all’interno di una comunità di fratelli con cui condividere il cammino.  E questa Chiesa, il nostro gregge, riesce sempre a proteggere le sue pecore?

Purtroppo non sempre, nelle nostre esperienze di vita, la Chiesa ci sostiene, anzi: molti di noi hanno fatto anche esperienze contrarie, in cui abbiamo provato solitudine ed emarginazione.
L’esperienza più comune è quella di starsene chiusi all’interno dell’ovile senza la possibilità di uscire fuori in spazi aperti: fatica, finzione, impossibilità di essere se stessi…

Spesso ci è stato chiesto di fingere, ma come è possibile sentirsi liberi senza manifestare la propria affettività, il proprio orientamento, le proprie emozioni? Come è possibile realizzare progetti se ci viene chiesto, dalla comunità che dovrebbe prendersi cura di noi, di tacere una parte di noi?

Abbiamo fatto questa esperienza, abbiamo vissuto questa sofferenza. Finché abbiamo capito che è possibile uscire dal recinto, che esiste qualcosa al di là del muro del nostro ovile.

Ed è proprio varcando quella porta che abbiamo davvero conosciuto il Buon Pastore, che ci siamo sentiti liberi e realmente noi stessi!

Uscire dall’ovile ha significato per la maggior parte di noi l’inizio di un cammino di accettazione di sé, di conoscenza e di libertà vera. Abbiamo conosciuto Kairòs, il gruppo di cristiani omosessuali di Firenze, ed una Chiesa nuova capace di accoglierci tutti interi!

L’omosessualità è diventata non più un limite, da recintare e su cui tacere, ma una parte del nostro essere Figli di Dio amati dal pastore e chiamati davvero per nome!

E chi è invece il mercenario che fugge e abbandona le sue pecore? È colui che deve semplicemente controllarle, non ne è il padrone, non si mette in gioco per salvarle.

A volte, in momenti di debolezza, ci lasciamo tentare e, anche noi, seguiamo dei mercenari allettanti che ci invitano con false promesse.

Il Signore ci lascia andare, non ci trattiene con la forza. Poi, al momento giusto, è pronto comunque a venire a cercarci e a riprenderci. Il pastore infatti sa sempre dove siamo e, se glielo permettiamo, non ci lascerà scappare e ci troverà ovunque.

Solo lui infatti ci ama a tal punto da aver offerto la vita: e non per un gregge generico di persone, non per una moltitudine confusa: il Signore ha offerto la vita esattamente per ciascuno di noi, singolarmente. Gesù è stato chiamato a condurre ciascuno verso la libertà, per formare un unico gregge da lui amato e guidato.

Anche questo è un altro messaggio sconvolgente e bellissimo: tante volte impieghiamo tempo ed energie a difendere i nostri recinti, le convinzioni che ci mettono gli uni contro gli altri.

Come accade purtroppo tra la Chiesa e i fedeli omosessuali, che sembrano mondi contrapposti e difficilmente intersecabili. Distanti a tal punto che molti sacerdoti e vescovi rifiutano un incontro e un dialogo.

Che senso ha tutto questo davanti ad un Vangelo che così chiaramente ci dice che esisterà un unico gregge, che tutti coloro che ascoltano la voce del pastore saranno insieme?

Siamo chiamati ad essere liberamente noi stessi, per vivere già qui sulla Terra in quell’unico “pascolo” in cui, senza più recinti, potremmo vivere guidati dal Buon Pastore che ci carezza e ci chiama per nome.

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Il brano bibilico: Giovanni 10,11-18

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.  Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.  E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.  Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».

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*Dal 2001 Kairòs, il gruppo di donne e uomini cristiani omosessuali di Firenze (https://kairosfirenze.wordpress.com/), propone un cammino di crescita umana e spirituale affinché ogni donna e uomo abbiano la vita e l’abbiano in pienezza ed abbondanza (cf. Gv 10, 10)..

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