‘Cercare se stessi… per trovare Dio’ con John McNeill

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Intervento tenuto da Matteo del gruppo Kairos alla presentazione del libro  ‘Cercare se stessi… per trovare Dio’, Comunità delle Piagge, 22 gennaio 2012.

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Capita a volte di rendersi conto di essere eredi spirituali di persone che non conosciamo, di uomini e donne che sono venuti prima di noi, che hanno scritto, parlato agito per noi, prima che noi nascessimo.

Ci cibiamo, per così dire, del pane ricavato dal grano che loro hanno seminato, che altri hanno irrigato, che altri ancora hanno raccolto. Questo è anche il caso di John McNeill.

Così se oggi nella Chiesa, cioè nel Popolo di Dio, è possibile parlare pubblicamente di Vangelo e omosessualità, lo si deve anche alla fede e alla passione civile di queste persone.

Se oggi esiste Kairòs è anche grazie a chi, diversi anni fa, ha avuto il coraggio di fare discorsi diversi, di chi in passato ci ha accolto, di preti che hanno guardato un po’ più in là dei loro superiori e dei loro vescovi. Di questo non dobbiamo dimenticarci mai.

Dunque, il titolo: Cercare se stessi… per trovare Dio. Tante volte in confessionale ci è stato detto il contrario: «Cerca Dio e troverai te stesso!». E così, spesso, si finisce per non trovare Dio, e non trovare noi stessi!

Il titolo del libro pare invece suggerire un processo inverso. Partire da noi stessi, da ciò che si sente e si vede per arrivare a Dio. E’ un po’ quello che dice san Giovanni: «Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede».

Ma è anche un invito alla riflessione: se non si trova Dio, come spesso ci capita di lagnarci, forse è perché non abbiamo cercato bene noi stessi…

La ricerca di sé, in McNeill, ha un doppio significato. Ricerca spirituale, ma anche ricerca psichica.

John McNeill sottolinea in continuazione l’importanza della pratica psicoterapeutica – che ha praticato per 25 anni, divenendo anche docente di Psicodinamica dello Sviluppo – nello sviluppo del suo pensiero teologico: «Il mio studio della psicologia umana e i miei 25 anni di pratica clinica come psicoterapeuta in primo luogo con i cattolici gay e lesbiche [hanno] avuto un profondo impatto sulla mia comprensione teologica dell’omosessualità.

Nel corso della mia attività mi sono reso conto che ci sono migliaia di cattolici gay che nel loro sforzo di conformarsi alla dottrina della Chiesa sull’omosessualità mettono in pericolo, fino al rischio di comprometterla seriamente, la loro salute mentale e spirituale» (p. 28).

Connessa con la psicologia è anche la sua “teologia della fallibilità”, che mi pare di grande interesse. McNeill, per esemplificarla, trae spunto proprio dalla teoria psicanalitica: «Dobbiamo ringraziare Dio per averci dato genitori limitati  e fallibili! È stato proprio quando ci siamo resi conto che i nostri genitori potevano sbagliare che abbiamo trovato il coraggio di separarci da loro. Se fossero stati infallibili, sarebbe stato quasi impossibile per noi diventare degli adulti autonomi e responsabili» (p. 36).

Ciò è vero – secondo McNeill – anche nell’ambito della teologia morale. La fallibilità della Chiesa diviene così una grazia; essa ci consente di essere cristiani adulti, membri vivi e liberi nella Chiesa. Ci attribuisce la responsabilità di formarci una condotta morale non prescrittiva che, se rettamente fondata, è libera di fronte alla nostra coscienza e di fronte a Dio.

Che la Chiesa sia fallibile, ed anzi molto spesso fallace, ce lo dice la storia. Spesso determinati postulati del magistero – che si credono cardini della Tradizione della Chiesa – siano in realtà costruzioni recenti, prodotto della storia, della cultura, della società, di modelli economici. Così è anche in tema di morale sessuale.

Il cristiano, dice McNeill, ha il diritto e forse addirittura il dovere di interrogarsi criticamente sui pronunciamenti del magistero ordinario (quali sono le encicliche o i documenti delle congregazioni romane), che non possiedono il carattere dell’infallibilità.

Dunque non siamo chiamati ad obbedire ciecamente quando l’analisi scientifica, i dati empirici, la nostra esperienza e soprattutto la nostra coscienza ci fanno dubitare che essi siano fondati. Siamo, badate bene, all’interno della più pura ortodossia cattolica.

Esiste una gerarchia nelle Verità di fede: il Comandamento dell’amore ha, deve avere e non può non avere, nel Vangelo e nella Chiesa, una cogenza ben superiore al “comandamento” – per esempio – di non avere rapporti sessuali non procreativi.

Questo è ciò che dice anche McNeill. E la cosa appare tanto più significativa in quanto l’autore è stato sacerdote nella Compagnia di Gesù, dove – non paghi di avere i tre voti comuni alle altre famiglie religiose – esiste anche un quarto voto, che è quello dell’obbedienza filiale al pontefice romano.

Curioso che poi i gesuiti, assieme ai domenicani, abbiano oggi l’ottima reputazione di essere l’ordine più disobbediente della Chiesa. E non è un caso se – dopo le Piagge – Kairòs, il nostro gruppo di Gay cristiani di Firenze, fu ospitato prima dai gesuiti e poi dai domenicani !

Un domenicano ha avuto anche una certa importanza per il nostro gruppo. Me lo presentò don Domenico Pezzini nel chiostro del suo convento. Egli mi regalò una copia de La promessa di vita, lettera all’Ordine di Fr. Timothy Radcliffe che conteneva alcune belle riflessioni su omosessualità e vita consacrata.

Riflessioni che, manco a dirlo, nel 2005 la Congregazione per l’Educazione Cattolica aveva sconfessato, limitando fortemente l’accesso al sacerdozio ai candidati omosessuali. E il documento è ben criticato nel libro di McNeill, come anche in altri testi, fra i quali Fede oltre il risentimento di James Alison. Scriveva dunque Radcliff:

«Ogni persona saggia ha sempre saputo che non c’è cammino, che conduce alla vita, che non passi attraverso il deserto. Il viaggio dall’Egitto alla Terra Promessa passa attraverso il deserto. Se vogliamo essere felici e pieni di vita, dobbiamo fare quella strada. Abbiamo bisogno di comunità che ci accompagnino in quel viaggio e ci aiutino a credere che, quando il Signore conduce Israele nel Deserto, è perché Egli “possa parlargli teneramente” (Os 2, 16)».

I gruppi gay cristiani, secondo me, sono proprio queste comunità che accompagnano nel deserto. Deserto che possiamo sperimentare nella nostra vita. Deserto che possiamo sperimentare nella Chiesa. Anzi, deserto che forse è la Chiesa.

E forse è bene che sia così perché fu proprio nel deserto che, secondo i Vangeli, risuonò, anzi rimbombò il primo annuncio del Signore, per bocca di Giovanni Battista.

Ce lo testimonia un episodio citato nel libro. Mi riferisco alla concessione dell’imprimatur al più importante studio di McNeill: La Chiesa e l’omosessualità. In realtà, leggendo la prefazione a quest’ultimo volume, McNeill spiega che l’ottenimento dell’imprimatur non fu poi così semplice. Ma l’importante fu che, alla fine, il Generale dei Gesuiti, Pedro Arrupe, concesse nel 1975 l’imprimatur a quello che divenne la principale opera di McNeill.

L’autore dubita – non senza qualche fondamento – che oggi avverrebbe lo stesso.

Peraltro McNeill nel volume che presentiamo confessa che fu anche a causa dell’imprimatur dato al suo libro che padre Arrupe venne dimissionato per ragioni di salute da Giovanni Paolo II nel 1981. La supposizione non è verificabile fino a quando non verranno aperti gli Archivi Vaticani.

Quel che è certo è che, col nuovo pontificato di Giovanni Paolo II, la “stretta dottrinale” si fece sentire anche fra i gesuiti. McNeill ricevette nel 1979 l’ordine di non scrivere e non pronunciarsi pubblicamente sul tema dell’omosessualità.
McNeill obbedì per 7 anni fino a quando un ben noto documento del 1986, sottoscritto da Ratzinger in qualità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, non impose alla sua coscienza di parlare. E parlò.

Né fu il solo a parlare. Altri sacerdoti a noi cari sono stati puniti gravemente per aver dissentito da quel documento – che resta, a 25 anni di distanza, veramente indigesto alle nostre coscienze e alle nostre intelligenze. John McNeill fu di conseguenza espulso dalla Compagnia di Gesù, dove nel frattempo il Delegato Pontificio Paolo Dezza, nominato d’autorità da Giovanni Paolo II in deroga agli statuti dell’Ordine, aveva riportato ordine, disciplina e obbedienza.

Un mistico sufi di etnia pashtun – la stessa etnia dei talebani, curioso! – in una sua poesia ha paragonato la tensione dell’anima verso Dio e verso la Verità (o, se si vuole, l’attrazione di chi ama verso la persona amata), all’amore insensato di una falena verso una candela. La candela la mette in guardia: «Non ti avvicinare a me, il tuo amore ti brucerà… Tu non conosci la verità, il tuo volo è un’illusione».
Ma la falena non le dà retta, non può farne a meno, e contro ogni ragione vola verso la fiamma: «Brucia il fuoco in me, non io nel fuoco».

Così sono tutti quelli che hanno fame e sete di giustizia e di Verità, e non temono di vedere bruciate le proprie ali. Se la ragione invita alla prudenza, a non compromettersi, a mantenere le distanze, c’è un’altra Ragione che invece ci dice che, nonostante tutto, vale la pena.

Vale la pena volare, vale la pena disobbedire a un ordine iniquo, vale la pena metterci la faccia.

Vale la pena cercare – se non proprio la Verità – almeno la via per essere – come dice il titolo di questo volumetto – autenticamente se stessi.

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