‘Fino al momento opportuno” (Lc 4,13). L’ultima tentazione di Gesù

ChiesaGayCroce

Riflessioni del biblista Alberto Maggi tratte da Adista Notizie n. 81 del 30 Ottobre 2010
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“Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento opportuno” (Lc 4,13). È con questa frase sibillina che Luca conclude le tre tentazioni del diavolo a Gesù nel deserto.

Ora l’occasione favorevole è arrivata, e il diavolo ci riprova con altre tre tentazioni, eco di quelle del deserto. Se avesse accettato i suoi consigli, Gesù ora non sarebbe finito lì, inchiodato nel patibolo riservato ai maledetti da Dio (Dt 27,26).

Il diavolo si era infatti presentato a Gesù come un valido aiutante: lo aveva invitato a usare le sue capacità per le proprie necessità, mutando le pietre in pane per saziare la sua fame (Lc 4,3), a usare il potere e la gloria di tutti i regni della terra, proprietà diaboliche che il diavolo sarebbe stato disposto a mettere nelle sue mani per inaugurare il suo regno (Lc 4,6) e, soprattutto, a essere lo spettacolare Messia che il popolo attendeva, per ottenere così l’entusiastico appoggio delle folle (Lc 4,9).

Ma Gesù, irremovibile, ogni volta aveva opposto un secco rifiuto. Le proprie capacità non le avrebbe usate per salvarsi la vita, ma per comunicarla agli altri.

Il suo regno non avrebbe avuto nulla a che vedere con il potere e la ricchezza, ma solo con l’amore e il servizio. E lui non sarebbe andato incontro alle attese del popolo, ma le avrebbe cambiate.

Fallimento totale. Il popolo, visto che non era il Messia atteso, il Cristo trionfatore, l’ha rifiutato, e ora si gode lo spettacolo del “re dei Giudei” agonizzante sul patibolo.

A Nazaret, i suoi bellicosi compaesani avevano cercato di farlo fuori, e non c’erano riusciti (Lc 4,29-30).  Ce l’hanno fatta i pii abitanti di Gerusalemme, la città santa, e questa volta per Gesù non c’è scampo.

Ora che sono tutti contro Gesù, il diavolo coglie l’occasione, è il suo momento favorevole, e, come nel deserto, ripropone al Cristo un’unica estrema tentazione: salvarsi!

Si fanno strumenti del diavolo, i capi che deridono Gesù crocifisso: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto!” (Lc 23,35). Ma l’eletto (Is 42,1), a quanto pare, è stato scaricato (Lc 24,21).

Deridono Gesù anche i soldati, professionisti della morte, che porgono all’uomo crocefisso l’aceto, simbolo di odio. A loro, pagani dominatori, non interessano le storie dei Giudei, e che il condannato sia o meno il Cristo.

L’hanno giustiziato perché pretendeva di essere nientemeno che “il re dei Giudei”, come era specificato nella beffarda scritta posta sulla croce (“Il re dei Giudei è questo”). Questa è la fine di chi osa sfidare Roma.

Nessuno è solidale con Gesù. Ha tutti contro. Il popolo, i capi, i soldati, tutti. L’odio nei suoi confronti è tale che persino uno dei malfattori, appeso come lui sulla croce, lo insulta: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi” (Lc 4,39).

Ma Gesù non salva se stesso.

Non era questa la sua missione. Lui “è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10), non a salvare se stesso.

Eppure, nel momento in cui Gesù tocca con mano il rifiuto della sua proposta di vita, qualcuno coglie il suo amore. No, non è uno del popolo che assiste al supplizio. Non è neanche uno dei capi che lo deridono. Tantomeno uno dei soldati.

No, è un condannato come Gesù, uno che nella sua vita ha fatto solo del male, e ne ha fatto tanto, troppo, da meritare di finire appeso a quel terribile strumento di tortura. È un malfattore. Nessuno potrebbe essere più distante di lui dal Figlio di Dio.

Eppure, proprio perché il Figlio di Dio è sempre stato riconosciuto e accolto dai più lontani dal mondo della religione e della morale, il malvivente riesce a riconoscere in Gesù l’atteso re: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno” (Lc 23,42). Chi si rivolge a Gesù è una canaglia senza alcun merito, ma ha capito che il Cristo non guarda le virtù degli uomini, ma le loro necessità (Lc 18,9-14).

E Gesù, che dona sempre molto di più di quel che uno può chiedere o desiderare, non si ricorderà di lui quando sarà nel suo Regno, ma ce l’accompagna: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43).

Con me… come la pecora posta sulle spalle dal suo pastore (Lc 15,5), il bandito entra in paradiso, luogo della pienezza di vita, con Gesù, e da questo momento il paradiso è aperto per tutti quelli che in Gesù vedono il loro salvatore (re), qualunque possa essere stata la loro condotta.

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