Gesù, la donna Cananea e il cammino dei cristiani omosessuali

1194020564_7ff159abf8_o Riflessioni del Rev. David Eck Asheville* della North Carolina (USA) tratte da jesuslovesgays.blogspot, liberamente tradotte da Bruno del gruppo Kairos

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Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. (Mt. 15; 21-26)

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Non capita  molto spesso di ascoltare le voci dei nostri fratelli e sorelle in Cristo transessuali e transgender.
Di recente ho letto un saggio eccellente dal titolo “Mangiare le briciole che cadono dalla tavola: fiducia nell’abbondanza di Dio” di Justin Tanis.
Fa parte di una raccolta di saggi dal titolo “Riprendere la Parola: Una lettura Queer della Bibbia” [Take Back the Word: A Queer Reading of the Bible], pubblicato da Pilgrim Press.

Justin inizia la sua esegesi del testo con le seguenti osservazioni:
“L’immagine di Gesù che volta le spalle a una donna che sta cercando la guarigione della sua bambina malata non è l’immagine di Gesù che mi è stata presentata a catechismo.
E’ preoccupante, inquietante e stimolante.

Eppure, io trovo anche speranza in questa storia, perché contiene un forte messaggio di inclusione, di determinazione e di crescita da parte di Gesù nella sua visione del ministero e dell’ospitalità.
Si tratta di una storia familiare a quelli di noi che sono ai margini dell’accettabilità e hanno sperimentato il rifiuto da parte di coloro che hanno il potere di toccare la nostra vita.
Quelli che all’interno della Chiesa hanno fatto ricorso, come inizialmente ha fatto Gesù, agli insulti piuttosto che alla compassione, il tutto in nome di Cristo”. Ben detto!

Questo testo mi ha sempre procurato qualche grattacapo. E’ difficile immaginare che Gesù abbia veramente detto qualcosa di simile a questo. Sembra così duro, così indifferente!
Mi ricorda alcuni dei nomi con cui sono stato chiamato nel corso degli anni: “frocio”, “finocchio”, “fatina”, o il mio preferito “progenie di Satana”.

La mia prima reazione quando sento che Gesù chiama questa donna “cane” è quella di cercare di spiegare le sue parole, per attutire il colpo.
Ma… e se davvero Gesù ha detto questo alla donna cananea? Justin Tanis si pone proprio questa domanda nel suo saggio. È una domanda che io stesso mi ero posto qualche volta; ecco le riflessioni di Justin sul tema:

“La donna che si avvicina a Gesù per aiutare sua figlia era come una drag queen che si avvicina a un branco di adolescenti in un angolo di strada per chiedere qualche moneta per poter chiamare il 118 dopo che una sorella è stata picchiata.
Il suo atto richiede coraggio e la volontà di andare contro gli stereotipi e le convenzioni comuni su come va il mondo; presuppone la convinzione che le persone possono aiutare un altro essere umano se è necessario e non sono sempre guidati dall’odio”. Che bella immagine !

In questa prima parte della storia vediamo una donna che chiede compassione da parte di qualcuno che quasi certamente la respingerà (la parola greca tradotta con “pietà”, in questo testo andrebbe resa meglio come “compassione, misericordia”). E’ una mossa molto coraggiosa, per non dire altro.
Gli ebrei del tempo di Gesù avevano un odio profondo e sedimentato verso i Cananei. Li vedevano come pagani e peccatori, come persone al di là della portata della misericordia di Dio.
Pertanto, la risposta brusca  di Gesù è solo l’eco di qualcosa che aveva sentito per tutta la vita, una reazione forte, il prodotto della sua educazione culturale. So che l’idea che Gesù abbia detto qualcosa di così cattivo è un po’ inquietante.
Tuttavia, come vedremo fra poco, la donna cananea introduce dei cambiamenti nella  conversazione e aiuta Gesù a crescere nella sua comprensione di chi sia degno di misericordia. (Forse c’è una speranza anche per la Chiesa, allora!)

Appena ci fermiamo a riflettere sulla prima parte di questo testo, sorgono subito alcune domande: Chi è che noi trattiamo come cani nel nostro mondo? Quali sono i nostri pregiudizi ostinati? Quali sono le persone che non avvertiamo meritevoli della benedizione e misericordia di Dio?

In aggiunta a queste domande siamo anche ben consapevoli del fatto che molte persone gay, lesbiche e trans (GLBT) sono stati oggetto di simili parole dure.
E se ci mettiamo al posto della donna cananea, qualche altra domanda emerge: A chi abbiamo avuto bisogno di rivolgerci per avere giustizia e misericordia, ricevendone in cambi soltanto ostilità?
Che cosa ci spinge a tornare ancora e ancora, come la donna cananea, finché non otterremo la compassione che desideriamo tanto?

Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita. (Mt. 15; 25-28)

La risposta della donna cananea alla dura risposta di Gesù è il punto di svolta nella loro conversazione. Si noti  che lei non si ribella con rabbia.
Invece, con intelligenza e creatività, fa appello alla compassione di Gesù, intendendo che nessuno è al di là della portata della grazia di Dio. Ecco cosa ha da dire Justin Tanis su questa parte della storia:

“Nel leggere questa storia, mi ha particolarmente colpito la capacità di questa donna di prendere l’insulto ricevuto e di trasformarlo in una metafora che lei usa per trasmettere la sua causa. Essere chiamato “cane”, e sostenere che anche i cani ricevono ciò che di cui hanno bisogno dalla tavola del padrone, è notevole.

Ci vuole una bella intelligenza unita a un forte senso di sé per riuscirci. Essa continuava a concentrarsi sui bisogni della figlia così fortemente da non poter perdere tempo a discutere con Gesù.
Non aveva paura di rispondere o di sfidare Gesù, ma ci ricorda che mettere alla prova i pregiudizi di qualcuno è più efficace che discutere su di essi. Lei non può permettersi di lasciarsi provocare. ”

Le intuizioni che i fedeli lesbiche, gay, bisex e trans (LGBT) possono ricevere da questo testo sono numerose e abbastanza chiare.
Per la nostra richiesta di un posto alla tavola di Dio, ci sono stati rivolti tanti insulti che, se non abbiamo un “forte senso di sé”, possono ferire le nostre anime. La nostra reazione istintiva è quella di rendere il colpo.

Tuttavia, come la donna cananea, scopriamo che non è questo il modo più efficace per combattere i pregiudizi.
Invece abbiamo bisogno di usare i doni della nostra comunità, come un acuto senso dell’umorismo e enormi riserve di creatività, al fine di contrastare i pregiudizi e provocare una trasformazione.

Come nota personale, ho lavorato con Goodsoil, Soul Force e la Human Rights Campaign [NdR: Organizzazioni che combattono per i diritti di LGBT nella vita religiosa e sociale].
Ciò che ho imparato da ciascuna di queste organizzazioni è che la protesta non violenta (come quella usato da M.L.King e Gandhi) è lo strumento più efficace nel determinare il cambiamento.
Le persone con cui ho lavorato mi hanno insegnato che avviare scontri e liti con le persone è la cosa peggiore che possiamo fare. Al contrario, noi siamo chiamati ad essere forti e amorevoli.

Forti, nella convinzione che noi abbiamo un posto alla tavola del Maestro e rifiutiamo di accontentarci di qualcosa di meno. Amorevoli nel nostro atteggiamento verso coloro che ci opprimono e ci chiamano “cani”.
Martin Luther King Jr lo ha espresso benissimo: “L’amore è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un amico”.

Nel concludere le mie riflessioni, lascio l’ultima parola a Justin Tanis, che parla della sua personale esperienza che lo ha trasformato da femmina a maschio:

“La madre cananea senza nome è per me un promemoria a non tirarmi indietro con nessuno, poiché siamo chiamati a trasformare i nemici in alleati, assumendoci i rischi. Ma mi ricorda anche di non sedersi e lasciar perdere: lei risponde al potere e reagisce al pregiudizio.
Anche noi possiamo rispondere, con la potenza della nostra vita e delle nostre parole.
Sono orgoglioso della forza e del coraggio che mi sono serviti durante la fase del mio cambiamento di genere, per oppormi alle idee che gli altri avevano su chi io sia e per definire me stesso.
Trovo entusiasmante la scoperta della persona che Dio mi ha chiamato a essere, al di là della evidente risposta fisica, nella parte più intima del mio essere.
Sono in grado di rendere grazie per il mio potere di trasformazione: il potere di apportare nella mia vita le modifiche fatte finora e quelle che devono ancora venire. ”

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* Il Rev. David Eck Asheville della North Carolina (USA)  è un pastore della Chiesa Evangelica Luterana d’America (ELCA)