Senza voce. Storie di ordinaria omofobia

scorre Testo letto durante la veglia per le vittime dell’omofobia di Firenze del 10 maggio 2010

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In Algeria rischiano due anni di prigione. In Irak gli estremisti islamici hanno armato squadre della morte per ucciderli.
Alle Maldive e in Malesia la loro prigionia può essere accompagnata da frustate.

In Giamaica vanno incontro a dieci anni di lavori forzati e nello Yemen alla pena di morte per lapidazione… perché sono omosessuali.

[…] Ma nessuno “sceglie” di essere omosessuale, così come non “sceglie” di essere nato a Kabul, a Karachi o a Londra.
Si è omosessuali anche quando la legge o i guardiani della fede di turno ti condannano alla paura, alla menzogna, all’esclusione o alla morte.

Dice Kamala, che ha 18 anni e vive in Mozambico, dove il Codice penale condanna gli omosessuali ai lavori forzati.
“Sono un ragazzo comune, educato in un liceo, con amici senza pretese e conduco una vita semplice. Salvo che sono gay e di questo pochissime persone sono a conoscenza.
(…) Dovrò mantenere questo segreto per tutta la vita, avendo continuamente una grande paura che venga scoperto…. è l’unico modo di vivere qui”

Aggiunge Said, 27 anni, che vive in Siria dove il codice penale condanna le persone omosessuali al carcere per un massimo di 3 anni.
“Io amo il mio paese, ma il mio paese non ama me. Io morirei per difendere la libertà del mio paese, ma il mio paese non farebbe la stessa cosa per me.
E’ una menzogna, la mia vita è una grossa menzogna, in un paese che mi dice che dovrei vergognarmi perché sono omosessuale… Questo è il mio crimine…
Detesto mentire ma che cosa posso fare? (…) Per dimenticare bevo, poi mi addormento, prima di iniziare una nuova giornata fatta di altre menzogne”.