Accogliere o essere accolti? Noi possiamo fare la differenza

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Riflessioni di Innocenzo del gruppo Kairos di Firenze
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Alla fine son tornato dal mio sud. Mai avuto tanto tempo e non passava mai, ma la cosa che più mi ha colpito in quei giorni è stato rincontrare, alla messa domenicale, due amici di un tempo.
I loro volti tristi, le loro spalle curve, mi hanno fatto capire subito che qualcosa non andava, seduti isolati da tutti, in mezzo alle prime file. Soli…

Mi sono seduto vicino a uno di loro ed ho capito che cosa significa sentirsi soli. Sapete non è facile vivere in una  piccola realtà quando si arriva a trentacinque anni e non si ha una ragazza, non si riesce a trovare un lavoro, tutti gli amici e le amiche sono andati via o sono beatamente assenti perché impegnati a fare figli.

In questo caso o si ha la forza di andare via o ci si lascia andare e loro hanno scelto la seconda strada. Entrambi sono due ragazzi solari, timidi e molto gentili. Uno è etero, l’altro è gay (ma lui non lo dirà mai neanche sotto tortura) eppure non ce l’hanno fatta, si sono arresi.
Rinchiusi nella loro solitudine e tenuti a distanza come tipi “particolari” per il fatto di provenire da famiglie disastrate perciò bollati, sin da piccoli, come “tipi da tenere alla larga”.

Ho cercato di parlare con uno di loro. Poche parole rispetto alle tante che avrei voluto o potuto dire ma, dal loro sguardo spento e rassegnato, ho capito che potevo fare poco o nulla.
Io dopo 48 ore sarai andato via e li avrei lasciati soli a combattere con i loro fantasmi e l’isolamento sociale di un piccolo paese in cui essere “figlio di …” ti chiude tutte le porte e ti taglia il futuro prima ancora che cominci, salvo avere il coraggio disperato di lasciare tutto e di andare via per ricominciare… un coraggio che però non tutti hanno.

Mentre il pullman mi riportava a Firenze ho pensato mille volte a loro, ai loro sguardi di persone “rassegnate e sconfitte” e mi sono ricordato che ogni persona gay o lesbica può diventare come loro, se non incontra qualcuno che la sappia “accogliere” e “incoraggiare” a vivere con pienezza la sua vita.

Certo accogliere o essere accolto non è mai facile, ci mette a nudo e ci rende vulnerabili.
Penso a quante volte sono stato a incontri di associazioni, gruppi o parrocchie così  impegnate a parlare dei massimi sistemi e a proclamare “il cristianesimo” o “la difesa dei diritti del più debole” da essere incapaci di guardare verso l’ultima fila, proprio lì dove era seduta una persona sola, una persona appena arrivata che non conosceva nessuno e che stava lì, in silenzio, e aspettava solo che qualcuno l’accogliesse e le dicesse “ciao come ti chiami? Che fai qui?”, perché tutti quei “proclami cristiani” diventassero reali, vivi, concreti perché “ero forestiero e mi avete ospitato” (Matteo 5, 35).

A volte basta così poco, davvero così poco per rendere le parole del Vangelo non una lettura edificante per moralisti, ma un mezzo capace di portare un po’ di luce nelle nostre vite e in quelle che ci circondano.