Viaggio in Palestina. Dove le lacrime sono diventate pietre

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Riflessioni di viaggio di Matteo del gruppo Kairos di Firenze

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Non è facile descrivere l’esperienza di due settimane che ho fatto in Israele e Territori Occupati. Il viaggio è stato organizzato dalla rivista “Confronti” (www.confronti.net), sotto la guida di Lucia Cuocci e Luigi David Gabrielli.

Da due settimane mi rigiro gli appunti del viaggio, cercando di rimetterli in ordine. Non mi riesce. Apro una pagina a caso: sono gli appunti su Hebron…

In questa parte della Palestina la terra è brulla, sassosa, priva di alberi; mi ricorda un po’ la Sardegna con questi muri a secco a delimitare i campi. Nonostante questo in molti si ostinano a coltivarla.
Passando col pullman si intravedono ragazzi a zappare la terra, qualche asino da trasporto. Carcasse d’auto, sporcizia dappertutto.

Ai lati della strada principale ci sono case in costruzione, piccoli laboratori, officine; gli uomini sulla soglia si dedicano a piccoli lavoretti e riparazioni. Dopo la costruzione del Muro, il 60% dei palestinesi di Hebron è disoccupato…
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Una via di Hebron

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Si entra in Hebron. Sono ovunque evidenti i segni dei bombardamenti della seconda intifadah; dentro di me ho avuto la sensazione di entrare in una necropoli.
Ogni tanto spuntano dai cantoni delle vie donne velate o gruppi di bambini.
Giocano fra le macerie, non lontano dai vigili sguardi dei soldati israeliani che pattugliano questo territorio. Al parcheggio del pullman ci assaltano, chiedendoci elemosina. Un soldato israeliano li caccia via.

L’accesso alla moschea, dove si trova la tomba di Abramo, è rigidamente controllato da due posti di blocco. I soldati israeliani sono giovani e carini; molte sono ragazze. Anche per le donne la leva è obbligatoria per due anni: dai 18 ai 20.
Sono accampati sul prato sotto il minareto della moschea; poco lontano un gruppo di ragazzi palestinesi lavora alla pavimentazione della strada. Sono adolescenti, alcuni bambini.
La tensione e una rabbia sorda si avverte nei loro sguardi.

Qui, ci ricorda Luigi, nel 1994 un colono ebreo ha fatto irruzione nella moschea durante la preghiera del venerdì, aprendo il fuoco alle spalle dei fedeli.
Riuscì a uccidere 29 arabi prima che fosse a sua volta ucciso con un colpo di estintore alla nuca. Da allora Hamas ha cominciato a compiere attentati suicidi in Israele…


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L’insediamento ebraico di Har Homa (illuminato dal sole), costruito illegalmente negli anni ’90 su terra confiscata ai palestinesi, incombe sulla povera periferia di Betlemme

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Betlemme è lambita dal Muro. Benché si trovi all’interno della Cisgiordania, qui il Muro, come a Gerusalemme est, a Ramallah e nella zona di Qualqilya, penetra in profondità (talora decine e decine di chilometri) oltre il confine. Disegna una geografia assurda, per includere insediamenti ebraici illegali e tagliare fuori villaggi palestinesi.
Qui, alto 8 metri, con torrette d’avvistamento e fari per la notte, compie un percorso sinuoso, separa la tomba di Rachele dal resto della città, per poi perdersi con la sua serpentina oltre il crinale delle colline, a separare laggiù, dove non si vedono, altri insediamenti ebraici da altri villaggi palestinesi.

I check-point sono invalicabili, tanto per i palestinesi quanto per gli ebrei; le due comunità sono sigillate. Spesso il Muro corre a ridosso dei villaggi; i contadini che possiedono la terra dall’altra parte – dove c’è sempre terra palestinese, fra il Muro e il confine – non possono recarsi a coltivarla. La abbandonano, la vendono o viene loro confiscata.

Le vie di comunicazione sono interrotte dai posti di blocco; spostarsi dal nord al sud della West-Bank, anche per chi possiede un passaporto in regola, è un’odissea. E l’emigrazione degli arabi cristiani prosegue incessante: nel 1913 i cristiani arabi erano il 70%; oggi meno del 30%…

Har Homa è un altro insediamento illegale di coloni ebraici su terra palestinese. Non ha niente di romantico, sembra una fortezza dei tempi delle crociate, ma costruito in cemento armato, non in pietra di Gerusalemme, ed è circondato da filo spinato e sabbia. Sembra voler far sprofondare la collina su cui sorge.
La municipalità di Betlemme, spiega la guida, si oppose all’esproprio, ingaggiò un impari battaglia contro le ruspe e i carri armati israeliani, ma perse. L’insediamento-fortezza è oggi ultimato, lo si vede bene dalla strada che conduce all’ospedale che andiamo a visitare…

Siamo al Caritas Baby Hospital, l’unico ospedale pediatrico della Cisgiordania, gestito da 5 suore, di cui 3 italiane. L’approvvigionamento dei medicinali, ci racconta la suora che ci accoglie, è difficile, talvolta rocambolesco.
Gli aneddoti che ci racconta hanno dell’incredibile, snocciola le cifre dei ricoveri, racconta di come la situazione dal 2004 sia nettamente peggiorata a causa del Muro. Sono aumentati i casi di violenza sulle donne, i casi di violenza sessuale, la disoccupazione ha incrementato alcolismo e tossicodipendenza; nei campi profughi si sono registrati i primi casi di sieropositivi.
Molti bambini soffrono di disturbi psichici e shock traumatici. Il 30% soffre di enuresi. In inverno molti ricoveri sono causati da malattie respiratorie o influenze, dal momento che la maggior parte delle case palestinesi, specialmente nei villaggi dell’interno, non hanno riscaldamento.
D’estate invece si registrano molti casi di patologie gastro-intestinali; a causarle è la mancanza d’acqua, perché molte verdure, dice la suora, vengono raccolte e consumate senza essere lavate, o sciacquate con acqua malsana.
L’accesso all’ospedale è arduo; i pazienti provenienti dal nord della Cisgiordania devono uscire dai Territori, per passare attraverso Gerusalemme. Poi devono rientrarvi, attraverso il Muro che abbiamo varcato anche noi.
I pazienti sono fatti scendere dall’ambulanza, passano a piedi il check-point, sono nuovamente caricati su un’altra ambulanza che li attende di qua.
La richiesta di un permesso alle autorità israeliane richiede da un giorno a 2-3 settimane; è avvenuto che alcuni bambini, racconta la suora, siano morti in attesa di un permesso mai arrivato…

Qualcuno domanda che cosa provi per l’occupazione. La suora allarga le braccia e sorride. Provo «una rabbia che sale su dalla pancia».

Ci racconta della loro «intifadah pacifica» (la chiama proprio così): ogni venerdì si recano al check-point e lì recitano insieme un rosario su e giù per il muro, «a volte i soldati ci puntano contro il mitra».

Alle 5,30 d’estate, alle 6 d’inverno: ci ha chiesto di unirci in questa preghiera.

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Kairòs è il nome del nostro gruppo (ndr di cristiani omosessuali di Firenze) . “The Kairos Palestine Document” è anche il nome di un documento firmato da eminenti teologi luterani, anglicani, melkiti, l’ex patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, il patriarca greco-ortodosso Theodosios Atallah Hanna, il vescovo luterano di Gerusalemme Munib Younan.

Esso espone il punto di vista degli arabi cristiani sulla questione palestinese. E tenta di preparare il kairòs, il momento opportuno, per la pace: «Il Muro di separazione – denunciano i cristiani della Terra Santa – è stato costruito sulle terre palestinesi, ne ha confiscato una gran parte, ha trasformato le nostre città e i nostri villaggi in prigioni e ne ha fatto dei cantoni separati e dispersi.
Gaza, dopo la crudele guerra lanciata da Israele tra dicembre 2008 e gennaio 2009, continua a vivere in condizioni inumane, sotto embargo permanente, e resta isolata geograficamente dal resto dei Territori palestinesi.
Gli insediamenti israeliani che ci spogliano, in nome di Dio o in nome della forza, della nostra terra, controllano le risorse naturali, soprattutto l’acqua e i terreni agricoli (…). La stessa libertà religiosa, e cioè l’accesso ai Luoghi Santi, è limitata, con il pretesto della sicurezza. I Luoghi Santi di Gerusalemme sono inaccessibili ad un grande numero di cristiani e musulmani della Cisgiordania e di Gaza. (…)
Gli israeliani muovono cielo e terra per un solo prigioniero, ma quando vedranno la libertà le migliaia di prigionieri palestinesi ammassati nelle prigioni israeliane? (…)
Gerusalemme è il cuore della nostra realtà. Essa è, nel contempo, simbolo di pace e segno del conflitto. Dopo il Muro che ha creato una separazione tra i quartieri palestinesi della città, le autorità israeliane non cessano di allontanare da essa gli abitanti palestinesi, cristiani e musulmani, confiscando loro la carta d’identità, cioè il loro diritto di risiedere a Gerusalemme. (…)
La nostra opzione cristiana di fronte all’occupazione israeliana è la resistenza: questa è un diritto e un dovere dei cristiani. Ma questa resistenza deve seguire la logica dell’amore. Deve dunque essere creativa, cioè deve trovare i mezzi umani che parlano all’umanità del nemico stesso». (cit. da “Confronti”, 1/2010, pp. 34-35).

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Le parole della nostra guida mi risuonano nella mente, mentre l’aereo della El Al mi riporta in Europa.
Chi ha a cuore la causa della pace deve imparare a far convivere nel suo cuore non uno, ma due amori compresenti e apparentemente inconciliabili. Verso gli ebrei e verso il popolo palestinese.

Noi cristiani omosessuali intuiamo forse meglio di altri che cosa ciò significhi. Ogni giorno sperimentiamo la difficoltà di conciliare due amori contraddittori: per Cristo e per gli uomini del nostro stesso sesso.
Cristianesimo e omosessualità si pongono come realtà inconciliabili. Opposte. Sposare una causa, o un amore, significa, spesso, rinnegare l’altro.

Un omosessuale non può non guardare con simpatia ad Israele. Non solo per l’avvenenza dei suoi ragazzi, ma anche perché Tel Aviv è l’unica città del Medio Oriente in cui si è liberi di celebrare un Gay Pride.
Ed ancora: per i film di Eytan Fox, per le canzoni di Ivri Lider, per il vivace associazionismo gay, spesso vittima dell’integralismo rabbinico e dell’intolleranza assassina: questa estate abbiamo solidarizzato con i fratelli ebrei in occasione del duplice omicidio avvenuto nel circolo gay “Agudah” di Tel Aviv.

Anche noi omosessuali abbiamo condiviso con gli ebrei la realtà della deportazione e dei lager. Anche noi aspiriamo, oggi, a diritti e libertà entro ed oltre i confini di religione e di patria.
Ogni anno il Kairòs di Firenze celebra la Veglia per le vittime dell’omofobia.

La comunione con gli ebrei è naturale, a dispetto di chi a Teheran, negando la Shoah e l’esistenza dei gay, aggiorna con vergognosi epiteti il vocabolario dell’antisionismo, e nel frattempo impicca adolescenti colpevoli di amarsi di un amore riprovato dagli ayatollah del suo Paese.
E non è un caso che i giovani gay iraniani Makwan, Hamzeh e Loghman siano state fra le persone ricordate nella nostra prima Veglia per le vittime dell’omofobia.

Eppure questo viaggio mi ha insegnato che queste due simpatie, per il popolo israeliano e per quello palestinese, non ammettono una comoda imparzialità.
Il comandamento di “non giudicare” non significa non avere opinioni, non dar voce al desiderio di giustizia, quando questa è negata. E l’equidistanza fra oppressi e oppressori mi sembra contraddire ogni criterio di giustizia.

La realtà oppressiva e brutale che si svela di là del confine, con il muro di separazione, gli insediamenti illegali, i check-point, la segregazione, la miseria e la violenza di cui sono vittime i palestinesi, no, non mi hanno lasciato imparziale.

Probabilmente gli articoli letti e i capitoli di storia mediorientale studiati all’università non sono sufficienti a comprendere la catastrofe passata ed il dolore presente del popolo palestinese.
La miseria, la sofferenza non possono essere descritti, ma uno sguardo ti trafigge l’anima, ti accusa per quella omissione, innocente certo, ma ugualmente empia che è l’impossibilità di com-patire fino in fondo il dolore altrui.

Anche la carità mi è parsa riprovevole. Per il bimbo di Hebron che me la chiede porgendo la mano; e per me che porto la mia al portafoglio, alla ricerca di una moneta che non gli restituisce la dignità che qualcuno gli ha sottratto.

Impegnarsi su più fronti non è forse possibile. Già l’intifadah non violenta (mi si passi l’analogia forse inopportuna) dei gay cristiani contro la violenza, l’ipocrisia, il bigottismo borghese di certa politica e religione nostrana è sufficientemente ardua, perché chi è oggi impegnato su questo fronte possa impegnarsi anche su quello della politica internazionale.

Fra i ragazzi del campo profughi di Jenin ci saranno sicuramente molti ragazzi gay. Ma quale rilevanza potrà avere l’essere gay per chi vive fra chek-point, rastrellamenti, muri di separazione e fili spinati? Mi chiedo quale può essere lo spazio per i diritti omosessuali laddove ad essere conculcato, e quotidianamente, è il diritto alla vita…

Eppure il dolore non ha confini, così come la capacità di condividerlo, e la solidarietà umana e la fame e la sete di giustizia che suscitano.

Esse, secondo la promessa di un oscuro ebreo della Galilea, dovranno, prima o poi, essere saziate. Ma quando verrà, per il popolo palestinese, il kairòs?

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