Cosa succede in famiglia dopo che un figlio dice “Sono gay”?

Testimonianza di Paul W. Egertson* tratta da religioustolerance.org del luglio 1990, liberamente tradotta da Bruno del gruppo Kairos per gionata.org

Cosa rispondere a qualcuno a cui vuoi bene, il quale dichiara: “Sono gay”? Questa fu la domanda che la nostra famiglia dovette affrontare una decina di anni fa, quando il più grande dei nostri sei figli ha detto a noi genitori di essere omosessuale.

Questa è la stessa questione a cui si è trovata davanti la nostra famiglia religiosa della Chiesa Evangelica Luterana d’America (ELCA) a causa di tre giovani, ai quali la propria integrità morale non ha permesso di ingannarci riguardo al loro orientamento sessuale durante il processo che conduce verso l’ordinazione.

Questa è la questione che molte famiglie e molte comunità di fedeli si troveranno ad affrontare in futuro, quando un numero sempre maggiore dei loro membri gay e lesbiche troveranno il coraggio di condividere pubblicamente quella verità che per anni hanno tenuto per sé.

Condivido qui la nostra storia di famiglia, non perché sia eccezionale, ma perché è un resoconto tipico del modo in cui i genitori reagiscono alla scoperta che il ragazzo che essi amano e stimano è gay.

Offro questa testimonianza insieme alla preghiera che essa possa essere utile non solo ad altre famiglie, ma anche alla Chiesa, nostra famiglia, per cercare insieme un punto di riferimento davanti a una realtà che non sparirà.

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Prima tappa: la negazione

Guardando indietro, possiamo riconoscere sei tappe, lungo la strada che abbiamo percorso. Appena appresa la notizia che nostro figlio ci aveva dato, la nostra prima reazione è s6tata quella di negarla. Certo, a quel tempo sapevamo molto poco circa l’omosessualità.

Dopo tutto, cosa c’era da sapere? Dio ha creato le persone di sesso maschile e femminile allo scopo di riprodurre la razza umana e ha istituito il matrimonio come status adeguato per questo. L’attività sessuale tra persone dello stesso sesso era ovviamente una distorsione della natura vietata sia dalla Scrittura che dal senso comune. Che altro c’era bisogno di sapere?

Ma mentre sapevamo molto poco di omosessualità, sapevamo molto del nostro ragazzo. Egli non si adattava affatto all’immagine che avevamo di un omosessuale.
Era stato un figlio splendido: brillante, pieno di talenti, capace di autocontrollo e disciplina, onesto e responsabile, premuroso e pieno di attenzioni verso gli altri. Si era diplomato con onore al liceo e con lode all’Università Luterana della California.

Inoltre era un giovane profondamente cristiano, il quale progettava di diventare pastore, come suo nonno e suo padre prima di lui, non per qualche pressione a mantenere una tradizione di famiglia, ma per un profondo senso interiore di vocazione.
In altre parole, era il ragazzo perfetto che tutti i genitori cristiani potevano sperare, in un mondo dove nessuno è perfetto.

Se egli pensava di essere gay, significava solo che stava attraversando una fase particolare e  “quando avesse incontrato la ragazza giusta” egli avrebbe risolto tutto. Nel frattempo, dovevamo tenere la testa a posto e niente panico.

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Seconda tappa: le Spiegazioni

Quando non abbiamo più potuto negarlo, abbiamo cercato delle spiegazioni. Come aveva fatto quel bel giovanotto a diventare gay? A cosa era dovuto?

Il nostro stato di ignoranza era tale che solo due opzioni ci sembravano possibili. O lui aveva volontariamente scelto uno stile di vita contro la natura e la volontà di Dio, oppure sua madre e io come genitori avevano inconsapevolmente contribuito ad uno sviluppo perverso della sua sessualità. O sua madre lo aveva reso poco mascolino con un “amore soffocante” oppure io ero stato un padre debole, inefficace e / o troppo assente.

Dal momento che non riuscivamo a convincerci che questo ragazzo dotato di un solido senso morale avesse improvvisamente scelto uno stile di vita deviante, la colpa doveva essere stata la nostra inadeguatezza come genitori.
Abbiamo preso in considerazione per un po’ tale spiegazione, ma non riuscivamo proprio a vedere come si potesse applicare nel nostro caso. Così siamo andati in cerca di altre spiegazioni e a quel punto è iniziata la nostra educazione.

Abbiamo imparato che ci sono diverse teorie sulle cause dell’omosessualità, in conflitto l’una con l’altra; che nessuna di essi può essere provata in misura sufficiente da produrre un consenso generale e che l’unica verità certa in questo momento è che nessuno lo sa veramente.
Il fatto è che attraverso il tempo, le nazioni, razze, culture e classi, una percentuale consistente di persone in ogni popolazione sono appunto omosessuali e la colpa non può essere imputata a nessuno.

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Terza tappa: la ricerca di una soluzione

Dato che non eravamo riusciti né a negare il fatto né a trovare spiegazioni, allora abbiamo cercato di risolvere il problema.
C’erano due possibilità: l’intervento divino e la terapia psicologica. Nostro figlio sapeva fin dalla prima infanzia che c’era qualcosa di molto diverso in lui e fin dall’adolescenza sospettava che questa differenza fosse una cosa inaccettabile per Dio.

Essendo un cristiano devoto, egli si era dedicato alla preghiera e alla fiducia nella grazia e nella potenza di Dio. I predicatori dicevano che Dio amava incondizionatamente tutte le persone e poteva provocare un cambiamento nelle persone che venivano a lui con un cuore affranto e umiliato.

Così, per anni, notte dopo notte nel chiuso della sua stanza, egli aveva messo il suo cuore affranto e umiliato davanti grazia del Signore.
Ma Dio non lo ha cambiato. Significava che era così difettoso che anche un Dio misericordioso non lo amava? Quale altra conclusione poteva trarre la mente di un adolescente? (Predicatori, attenzione! Alcune persone prendono sul serio quello che dite)

Dal momento che l’intervento divino non aveva  avuto successo, forse poteva averlo la terapia psicologica. Così ci siamo messi a cercarne una, solo per scoprire che la maggior parte degli psichiatri e psicologi sono da tempo giunti alla conclusione che l’omosessualità non è una malattia e che nessun sistema noto di trattamento può cambiarla.

Il comportamento omosessuale può essere modificato dal condizionamento verso il celibato, ma l’orientamento interiore affettivo di un vero omosessuale non viene cambiato; e questo era il vero nodo per noi, perché l’attività sessuale non era il problema.

In breve, non c’era un modo conosciuto di risolvere la questione. Il meglio che la terapia può fare è aiutare le persone gay e lesbiche ad accettare la realtà del loro essere, prima che la vergogna socialmente imposta e la sofferenza personale causate da questa realtà li spingano alla disperazione, al bere, alla droga, o al suicidio; tutte cose che ogni giorno accadono a tante persone nel nostro mondo.

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Quarta tappa: Il Lutto

Quando un fatto doloroso non può essere negato, né spiegato, né cambiato l’unica cosa che si può fare è elaborare il lutto. I genitori hanno due scelte a questo punto, ed entrambe comportano una qualche forma di morte.

Da un lato, è possibile scegliere la morte causata dal rifiuto e dalla separazione dal vostro ragazzo. Si può dire: “Se questo è il modo in cui sei, tu non sei mio figlio”. È possibile tagliare le relazioni come se il figlio non fosse mai vissuto o come se fosse morto.

Molti genitori hanno scelto questa strada e molte congregazioni l’hanno scelta come risposta ai loro membri gay e lesbiche. Ma francamente, questa non è mai stata un’opzione per noi, perché non potevamo credere che questo figlio che noi conoscevamo così bene fosse in alcun modo una persona pervertita.

L’altra opzione è quella di accettare la morte della tua ignoranza, dei pregiudizi, delle opinioni, degli atteggiamenti e delle incomprensioni. Allora si prende il lutto per la perdita di una visione del mondo bella e ordinata, in cui tutto si inserisce perfettamente in scatole di bianco o nero, giusto o sbagliato, vero o falso.

E si piange la perdita della sicurezza offerta da alcuni passaggi biblici che possono dirvi come stanno le cose, in modo che non ci si debba prendere la responsabilità di formulare un giudizio.
Insieme a tali perdite arriva la morte delle vostre speranze e dei sogni di ordinaria felicità per il vostro bambino, in particolare di quella che passa attraverso le gioie del matrimonio, dei figli e di una vita approvata dalla famiglia, gli amici, la Chiesa e la società.

E, nel caso di nostro figlio, vi era anche la probabile morte di ogni speranza per l’ordinazione nel ministero a cui si era sempre sentito chiamato da Dio, a meno che egli fosse disposto a sacrificare per esso ogni esperienze d’amore umano che si esprime attraverso l’intimità fisica.
Durante il processo di elaborazione del lutto, sua madre e io arrivammo a capire quanto eravamo vicini a spostare l’attenzione dalla battaglia di nostro figlio alla nostra.

La forma definitiva di morte per i genitori è quella di riconoscere che il loro dolore è secondario rispetto alla sofferenza dei loro figli e di assumersi il compito di dare sostegno a quella vita che hanno portato nel mondo: la vita che il loro figlio ha da vivere.
Quando siamo arrivati a questo punto, la questione è diventata: “Come sta vivendo nostro figlio questa vicenda, che effetti ha sulla sua vita, salute e felicità?”. E’ il suo problema, non il nostro. Egli non ha bisogno che noi rendiamo più dura la sua lotta, facendone un problema nostro e chiedendo a lui di risolverlo.

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Quinta tappa: l’accettazione

Così quando egli è arrivato ad accettare la realtà del suo orientamento sessuale come un dato di fatto, noi siamo stati in grado di compiere il passo successivo e accettarla.
E’ stato allora che ci siamo ricordati della Preghiera della Serenità: “Signore, donaci la serenità di accettare le cose che non possono essere cambiate, il coraggio di cambiare quelle che possono essere cambiate, e la saggezza per distinguere le une dalle altre “.

Per noi, questo significava l’accettazione di qualcosa nell’essere di nostro figlio che né noi né lui avremmo scelto, qualcosa che né lui né noi potevamo cambiare.
Tuttavia questo significava anche cercare di cambiare quelle cose che possono essere modificate, vale a dire gli atteggiamenti e l’incomprensione verso l’omosessualità che restano dominanti sia nella Chiesa che nella società.

Perché ci siamo resi conto che il problema più grande dell’essere gay non è l’omosessualità, ma la reazione degli eterosessuali ad essa. E noi vogliamo unirci a coloro che cercano le vie della salute e della pienezza nel mondo anche sotto questo aspetto.
Come genitori, siamo grati ai pastori e membri della Chiesa Luterana a San Francisco, dove nostro figlio ha sperimentato il Vangelo della riconciliazione, in parole e azioni, attraverso cui lo Spirito Santo lo ha tenuto “unito a Gesù Cristo nell’unica vera fede”.
La nostra preghiera è che ogni genitore luterano di figli gay o lesbiche possa un giorno avere la certezza che i loro figli incontrino quello stesso Vangelo di accoglienza in ogni congregazione luterana di cui essi siano parte.

 

Sesta tappa: la celebrazione

A questo punto del nostro cammino siamo in procinto di fare un sesto e ultimo passo: la celebrazione ! Ancora non ci siamo del tutto, ma il nostro baricentro si è chiaramente spostato in questa direzione. La conclusione di questo viaggio dipende da quello che si pensa dell’omosessualità. A cosa essa può essere davvero paragonata? La risposta a questa domanda deciderà in ultima analisi il punto di arrivo.

Almeno quattro sono le opzioni da considerare:
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*   In prima battuta si può dire che l’omosessualità è una ribellione consapevole e provocatoria contro le leggi di Dio e la natura. In tal caso, è semplicemente un peccato e la nostra unica risposta corretta è l’annuncio del giudizio di Dio, l’offerta della grazia, e un invito al pentimento. Ma è davvero questo l’omosessualità?

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*   Una seconda opzione è quella di dire che l’omosessualità è una malattia come l’alcolismo, in cui l’attività comportamentale porta la schiavitù della dipendenza che solo l’astinenza totale può spezzare. Se questo è il caso, allora è chiaro che il celibato è una soluzione sufficiente al problema. Ma è davvero questo l’omosessualità?

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*   Una terza opzione è quella di considerare l’omosessualità come una disgrazia di natura, qualcosa di non voluto da Dio, e contrario alla sua volontà, ma qualcosa che comunque accade regolarmente nel nostro mondo: si tratta di una dimostrazione ulteriore dell’effetto del Peccato nel mondo.

In tal caso, è come un handicap: una condizione di cui la vittima non è responsabile, che non può essere cambiata, ma qualcosa che non potremo mai chiamare bene.
Se questo è quello che è, allora non dovremmo noi trattare gli omosessuali con la stessa compassione e comprensione che concediamo ad altri che soffrono come vittime innocenti di un mondo lacerato?

Non dovremmo allora fare norme speciali per loro in modo che la vita possa essere il più possibile completa, entro i limiti del loro “deficit”? Quando le persone non hanno le gambe, mettiamo a disposizione sedie a rotelle come ausili e riserviamo loro parcheggi speciali.

Potremmo offrire agli omosessuali un surrogato del matrimonio, tale da consentire loro la realizzazione personale che viene da rapporti riconosciuti. Ma è davvero questo l’omosessualità?
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*   Infine, potremmo vedere l’omosessualità come una delle varietà della natura, una di quelle deliziose differenze che appaiono regolarmente in contrappunto alla solita norma.
Ad esempio, il mancinismo è una condizione di minoranza in un mondo in cui la maggior parte delle persone sono destrimani e alcuni sono ambidestri, ma è una variazione naturale che dà il proprio contributo per rendere il mondo completo.
C’è stato un tempo in cui la gente considerava il mancinismo così deviante da dover essere punito o corretto. Ma nel tentativo di forzare questo cambiamento, abbiamo scoperto la stessa cosa che stiamo ora scoprendo dell’omosessualità: i tentativi di cambiare  non hanno effetto, ma causano soltanto problemi più gravi.
Una volta chiarito questo a proposito del mancinismo, siamo stati liberi di scoprire alcuni benefici che i mancini possono offrire al mondo: le squadre professionistiche di baseball, per esempio, li valutano molto; in realtà, non si può vincere un campionato senza qualche mancino in squadra. È questo l’omosessualità? Se è così, siamo in grado di celebrarla come un dono di Dio.

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Purtroppo, non ci sono esperti in questo momento che possano rispondere alle nostre domande o dirci quale fra le opzioni di cui sopra si rivelerà vera. Tutto ciò che possiamo fare è chiedere le migliori informazioni disponibili alla ricerca scientifica e ricercare nelle Scritture ciò che esse dicono e non dicono, pregando che lo Spirito ci conduca alla verità tutta intera.

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Nel frattempo, tutti noi camminiamo nella fede assumendocene il rischio: ognuno di noi sceglierà su cosa puntare e sarà responsabile della propria scelta. Per quanto riguarda me e la mia famiglia, stiamo scommettendo sulla celebrazione.

Preferiamo sbagliare dando un aiuto a delle persone ferite piuttosto che facendo del male a persone innocenti. Che Dio ci aiuti.

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Testo originale: One family’s story

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