Il cammino di Elia e l’esperienza dei gay e delle lesbiche cristiane

picasso-girl-before-a-mirror1 Riflessioni di José Mantero ripubblicate* su cristianosgays.com del 20 luglio 2009, liberamente tradotte da Dino per gionata.org
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“Ieri sera stavo pregando in casa con alcuni ragazzi di Tarazona, e uno di loro, Nachete, ha dato un senso molto azzeccato alla prima lettura dell’Eucaristia, l’inizio del ministero profetico di Elia, 1 Re 17, 1-6:  il profeta è mandato fuori città dalla parola di Dio; e lì, nel deserto, lontano da tutto, viene nutrito dai corvi e beve dai ruscelli; il presagio di morte, l’uccello delle carogne sinonimo di rovina, si trasforma in strumento del Signore per dar la vita al suo inviato, che in questo modo ritrova le forze per incontrarsi col volto di Dio, ed essere suo testimone in mezzo ad una società idolatra.

Nachete l’ha messo in rapporto con il salmo 121, anche lui presente nella messa: “Alzai i miei occhi verso le colline, da dove mi arriverà l’aiuto?

E’ l’esperienza, oggi come oggi, del popolo di Dio gay, lesbico, bisex e trans (GLBT) .

Scacciati in un deserto inospitale da dirigenti ecclesiastici che si riferiscono ad un estraneo concetto di dignità che non ha niente a che vedere con la dignità di Dio, molti cristiani omosessuali si trovano spiazzati, disorientati, con la loro fede come unico punto di riferimento, ma senza che si sentano membri di nessuna comunità perchè molte dimostrano ostilità nei loro confronti.

Poco fa il mio amico Jaime mi raccontava in che modo il suo amico Santi comunicò pubblicamente (ndr che era omosessuale), durante una messa nella sua chiesa (non cattolica), ma i suoi ministri si sono messi a fargli il vuoto attorno finchè ha deciso di andarsene via. Fuori!

Un altro fratello perso per Cristo, sprecato per l’evangelizzazione? Persa una persona per la quale Cristo ha sofferto?

Non sempre è così, poichè lo Spirito continua ad essere presente nella sua Chiesa, il Signore continua a chiamare la sua Chiesa perchè si riunisca dalla diaspora in cui si trova.

Noi persone gay, lesbiche, bisex e trans (GLBT) viviamo la nostra traversata nel deserto: ora Dio sta parlando al nostro cuore, come profetizza Osea (2, 14).

Questo deserto ecclesiale, questo farci sentire stranieri non deve portarci all’annichilimento (come vorrebbero tanto alcuni omofobi che hanno ruoli direttivi nella Chiesa),ma invece al rafforzamento spirituale e ad una più piena vita in Cristo.

Da questo deserto usciremo più forti, da queste solitudini emergeremo trasformati in discepoli del Maestro di Vita e di Giustizia. Discepoli che si fanno apostoli per annunciare la parola del Signore Gesù Cristo. Anche Lui ha conosciuto il deserto.

Nel frattempo la Sua Provvidenza, che non si sbaglia mai, ci nutre e veglia su di noi nel deserto. Come ha fatto con Elia, il suo profeta. I corvi ci danno da mangiare, beviamo dai ruscelli (1 Re 17, 6). E non moriremo. E il Signore non lascerà che la nostra fede appassisca e muoia, quella preziosa perla che Egli abbellisce e rende più salda, e che renderà pura come oro nel crogiolo dell’eremo.

Nel frattempo, per mezzo di queste solitudini, che provengono anch’esse da Dio, Egli ci arricchisce. I corvi di Elia simboleggiano ciò che ci incute timore, ciò che talvolta -nel nostro immaginario collettivo- ci suggerisce l’idea della morte.

Ma la Parola di Dio ci invita ad aprire gli occhi, ad osservare la nostra realtà nell’assoluto silenzio ed isolamento, per cogliere anche i particolari, per veder meglio: i corvi sono angeli, messaggeri del suo misericordioso cuore allo stesso tempo di Padre e Madre.

Ogni tanto, da qualche corvo dal nero abito talare riceviamo un pezzo di pane, un brandello di carne. Da parte di Dio. Gli uccelli delle carogne possono anche trasformarsi in angeli. Per volontà del Creatore. In modo fugace?

Il popolo di Dio gay si alimenta di ciò che questi necrofagi gli danno nel deserto. Anche se essi corvi non sanno che stanno nutrendo il Popolo di Dio. Ma si tratta di un viatico transitorio, poichè Gesù vuole che siamo suoi, nutrendoci di Se stesso, non di putrefatta carne spirituale. In una Chiesa che ci accolga completamente, che sia nostra con Gesù.

Questo deserto finirà. Il deserto è già finito. Al suo limitare ci aspetta la Chiesa, la comunità di Cristo che accoglie tutti senza distinzione.

Le vecchie denominazioni sono rimaste indietro, soffocate dalle sabbie pericolose e letali, chiese con l’iniziale minuscola, che servivano solo ad asfissiare. “L’aiuto mi viene dal Signore, che fece il cielo e la terra” (Sal 121, 2).

Sorelle e fratelli gay, lesbiche, bisex e trans (GLBT) : siate il popolo dell’Alleanza, la comunità delle beatitudini.

Anche se ora siamo perseguitati, dobbiamo resistere: l’empio Acab ha i giorni contati, ci attende la Vita. Qui c’è Elia come nostro simbolo. Sia benedetto Dio”.

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