L’insegnamento della fede in un mondo postmoderno: intervista al card. Carlo Maria Martini

Articolo tratto da America (The National Catholic Weekly) del 12 maggio 2008, traduzione italiana di Francesco Fuscagni (Centro Espaces “Giorgio la Pira”) tratta da domenicanipistoia.it

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Un’intervista al gesuita Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano in pensione e attualmente. Di seguito alcuni estratti:

“Che cosa posso dire sulla condizione dell’odierna Chiesa Cattolica? Il tema è di enorme portata e tanto più difficile per me che vivo  a Gerusalemme, con scarsi contatti con l’ esistenza quotidiana delle nostre comunità ecclesiastiche.
Mi ispiro però alle parole del grande pensatore e uomo di scienza russo, Pavel Florenskij, che morì nel 1937 come martire per la sua fede cristiana: “Solo attraverso un’esperienza immediata è possibile percepire e apprezzare il tesoro della chiesa.” Per percepire e apprezzare i tesori della chiesa, ciascuno deve entrarvi attraverso l’esperienza di fede.

...

Sarebbe molto facile compilare elenchi di lamentele, pieni di cose che non vanno molto bene nella nostra chiesa. Ma questo porterebbe ad adottare una visione esteriore e deprimente, non a vedere con gli occhi della fede, che sono gli occhi dell’amore.

Naturalmente non dovremmo chiudere i nostri occhi di fronte a ciò che non va bene, ma piuttosto dovremmo comprendere la situazione generale in cui sono inseriti i problemi da risolvere.
Poiché considero l’attuale situazione della chiesa con gli occhi della fede, vedo in particolare due cose.

Primo, non c’è mai stato nella storia della chiesa un periodo fortunato come il nostro.
La nostra chiesa sta conoscendo la sua più grande diffusione geografica e culturale e ciò nonostante si trova sostanzialmente unita nella fede, con l’eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre.

Secondo, nella storia della teologia non c’è mai stato un periodo così ricco come l’ultimo. Anche nel corso del IV secolo, l’era dei grandi padri Cappodaci della chiesa orientale e dei grandi padri della chiesa occidentale, come san Gerolamo, sant’Ambrogio e sant’Agostino, non c’è stata una così grande fioritura teologica…

Per cercare un dialogo costruttivo fra i popoli di questo mondo e il Vangelo e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell’esempio di Gesù, è importante guardare con attenzione al cosiddetto mondo post-moderno, che fa da sfondo a molti di questi problemi e condiziona le soluzioni.

Si potrebbe definire la mentalità post-moderna per mezzo di contrapposizioni: un’atmosfera e un movimento di pensiero contrapposto al mondo come lo abbiamo conosciuto finora. Questa mentalità prende volontariamente le distanze dalla metafisica, dall’aristotelismo, dalla tradizione augustiniana e da Roma, considerata come il centro della chiesa, e da molte altre cose.

Questa mentalità prende le distanze da un mondo cristiano di originario stampo platonico, in cui era data per scontata la supremazia della volontà e dei valori sulle sensazioni, dell’intelligenza sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell’unità sul pluralismo, dell’ascetismo sulla vita, dell’eternità sulla temporalità.
Nel nostro mondo c’è una preferenza spontanea per le sensazioni nei confronti della volontà, per le impressioni nei confronti dell’intelligenza, per una logica arbitraria e per una ricerca del piacere nei confronti di una moralità ascetica e proibitiva. Questo è un mondo in cui vengono prima i sensi, l’emozione e il momento presente. L’esistenza umana, inoltre,  è un luogo in cui vi è una libertà senza restrizioni, dove una persona esercita, o crede di poter esercitare, il proprio dominio personale e la propria creatività.

Allo stesso tempo questo movimento è anche una rivolta nei confronti di una mentalità eccessivamente razionalista. Dalla letteratura, all’arte, alla musica e alle nuove scienze umane (in particolare la psicoanalisi) molte persone non credono più di vivere in un mondo regolato da leggi razionali, in cui la civiltà occidentale è un modello da imitare per il mondo.
Viene ammesso che tutte le civiltà sono uguali, laddove precedentemente noi insistevamo sulla cosiddetta tradizione classica. Attualmente c’è un po’ di tutto sullo stesso piano, poiché non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una civiltà vera e autentica.

C’è un’opposizione alla razionalità che viene vista come una fonte di violenza, poiché la gente pensa che la razionalità possa essere imposta poiché è vera. C’è l’accettazione di ogni forma di dialogo e di scambio in virtù di una tendenza ad essere sempre aperti all’altro e ciò che è diverso, ad essere sospettosi nei propri confronti e a diffidare di chiunque desideri affermare la propria identità con la forza. Questo è il motivo per cui il Cristianesimo non viene facilmente accettato allorché si presenta come religione vera. Mi ricordo che di recente un giovane mi ha detto: “Soprattutto non dirmi che il Cristianesimo è vero. Questo mi disturba e mi frena. È piuttosto diverso dire che il Cristianesimo è bello…”. La bellezza è preferibile alla verità.

In quest’atmosfera, la tecnologia non è più un mezzo al servizio dell’umanità, ma un ambito in cui qualcuno percepisce le regole per interpretare il mondo.  Non esiste più l’essenza delle cose, ma soltanto l’uso di cose per un certo fine determinato dalla volontà e dal desiderio di ciascuno.

In questa atmosfera il rifiuto del peccato e della redenzione è costantemente presente. Si dice: “Tutti sono uguali, e ognuno è una persona unica”. Non esiste un diritto assoluto a essere unici e ad affermare sé stessi. Ogni regola morale è messa da parte. Non c’è più peccato, né perdono, né redenzione, né abnegazione. La vita non può più essere concepita come sacrificio o sofferenza…

Insegnare la fede in questo è ciò nonostante una sfida. Per essere pronti si devono tenere presenti  nel proprio cuore i seguenti principi:

Non essere sorpresi dalla diversità. Non essere spaventati da ciò che è diverso o da ciò che è nuovo, ma guardare ad esso come a qualcosa in cui si trova un dono di Dio.
Verificare che si è in grado di ascoltare cose piuttosto differenti da quelle che siamo soliti pensare, ma senza dare un giudizio immediato su chi sta parlando; cercare di comprendere ciò che viene detto e cercare di comprendere le argomentazione di base che vengono proposte.
I giovani sono molto sensibili nei confronti di un’attitudine a un ascolto privo di giudizi affrettati. Questa attitudine dà loro il coraggio di dire ciò che realmente provano e di cominciare a distinguere ciò che è effettivamente vero da ciò che lo è solo in apparenza. Come dice san Paolo, “Esamina ogni cosa con attenzione; prendi ciò che è buono; prendi le distanze da ogni traccia di male” (1 Tess. 5:21-22).

Correre dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. “Chiunque desideri salvare la propria la perderà; ma colui che perde la propria vita per me, avrà la salvezza” (Mt. 16:25). Si deve rinunciare a tutto per Cristo e per il suo Vangelo.

Aiutare i poveri. Mettere i poveri al centro della propria vita poiché essi sono gli amici di Gesù il quale si fece uno di loro.

Nutrirsi con i Vangeli. Come ci dice Gesù nel discorso sul pane di vita:”Poichè il pane di Dio è ciò che viene dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv. 6:33).

Per aiutare a sviluppare questi atteggiamenti, propongo quattro esercizi:

1. Lectio divina. Questa è una raccomandazione di Giovanni Paolo II: “È particolarmente necessario che l’ascolto nei confronti del Mondo diventi un incontro essenziale, che segua la tradizione antica e attuale della lectio divina, che ci consenta di scoprire nel testo biblico il mondo vivente che ci sfida, ci indica la via, e dà forma alla nostra esistenza” (Novo Millennio Ineunte, No. 39). “La parola di Dio nutre la vita, la preghiera e il cammino di tutti i giorni, è il principio di unità della comunità in un unità di pensiero, l’ispirazione per un continuo rinnovamento e per una creatività apostolica” (Ripartire da Cristo, 2002, Nr. 24).

2. Autocontrollo. Dobbiamo imparare di nuovo che la schietta opposizione ai desideri è qualcosa di più piacevole di una abbandono totale a tutto ciò che sembra desiderabile, ma che finisce nella noia e nella sazietà.

3. Silenzio. Dobbiamo prendere le distanze dall’insana dipendenza nei confronti dei rumori e del chiacchierio interminabile, dalla musica priva di sostanza che genera solo rumore, e trovare ogni giorno almeno mezz’ora di silenzio e almeno mezza giornata ogni settimana per pensare a noi stessi, per riflettere e pregare più a lungo. Può sembrare una richiesta difficile, ma quando si offre un esempio di quella pace interiore e di quella tranquillità che deriva dall’esercizio, il giovane acquista coraggio e trova che ciò è una fonte di vita e di felicità senza precedenti.

4. Umiltà. Non pensare che sia nostro compito risolvere i grandi problemi del mondo. Lasciare spazio allo Spirito Santo che opera meglio di noi e più in profondità. Non avere il desiderio di reprimere lo Spirito negli altri: è lo Spirito che respira. Piuttosto, siate sensibile alle sue più sottili manifestazioni, e per questo che avete bisogno di silenzio.

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