La debolezza dell’estraneo: un tesoro in vasi di argilla

Riflessioni di Dominus Aelredus
. 

La fisionomia etnico-culturale dell’Italia in questi ultimi anni è cambiata fortemente. La presenza di immigrati, provenienti in particolare dall’Africa settentrionale e dall’Asia, sta lentamente  trasformando il modo di percepire e comprendere la nostra identità nazionale. Non si tratta solamente di chi siamo o di come viviamo.
L’arrivo di musulmani, buddisti, indù e sikh in Italia mette in questione la nostra identità religiosa. 

Nel discorso rivolto alla città di San Petronio nel 2000 l’allora Arcivescovo di Bologna, card. Giacomo Biffi, disse in modo lapidario: “o l’Europa ridiventerà cristiana o diventerà musulmana”.

Dinnanzi all’espansione religiosa dell’Islam e di altre religioni, ma anche preoccupati dalla minaccia del terrorismo fondamentalista, alcuni sono tentati di puntellare i confini delle proprie identità, escludendo chi non appartiene alla propria etnia o al proprio credo religioso. Con l’affermazione di sé, eliminando chi è differente.

paayal-at-hospitalLa Bibbia ci mostra una prospettiva differente. Già nell’Antico Testamento Dio si è manifestato come Colui che si schiera dalla parte dello straniero, dalla parte cioè del popolo di Israele schiavo in Egitto. Nell’evento dell’incarnazione Dio ripete questa modalità rivelativa di Dio.

Gesù nasce in una stalla, ai margini della città, perché non c’era posto per loro nell’albergo (Lc 2,7), e senza un luogo dove posare il capo nel corso del suo ministero pubblico (cfr Mt 8,20; Lc 9,58).

La Croce, poi, centro della rivelazione cristiana, costituisce il momento culminante di questa radicale condizione di straniero: Cristo muore  “fuori della porta della città” (Eb 13,12), rifiutato dal suo popolo.
Come un esegeta cattolico ha voluto incisivamente affermare: Gesù è stato in tutti i sensi un ebreo marginale.
L’evangelista Giovanni ricorda le parole profetiche di Gesù: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (12,32) e sottolinea che proprio mediante la sua debolezza e fragilità, mediante la sua morte violenta, Gesù Cristo comincerà a “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).

Seguendo l’esempio di Cristo, la Chiesa vive la sua presenza nel mondo in atteggiamento di pellegrina, impegnandosi a farsi creatrice di comunione, casa accogliente nella quale ogni uomo è riconosciuto nella dignità conferitagli dal Creatore.
Lo straniero aiuta la Chiesa a far memoria della propria storia e del proprio cammino di conversione.
Nel libro del Levitico questa memoria diventa quasi una formulazione. “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio” (19,33-34).
Ogni Chiesa ed ogni individuo dovrebbe ricordarsi di come Dio l’abbia chiamato dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà e dall’esclusione all’inclusione: in definitiva dal rifiuto all’abbraccio.

Il libro di Rut ci racconta dell’immigrazione della famiglia di Emilech e di Noemi in terra straniera: per carestia e quindi per motivo di bisogno Emilech, Noemi e suoi due figli sono costretti a fuggire dal proprio paese e divenire profughi nel paese di Moab:  terra questa non solo straniera ma per giunta ostile ed idolatra.
Dobbiamo ricordare che tra Moabiti e Israeliti c’è sempre stata una tradizionale ostilità tanto che nel libro del Deuteronomio (23,4) si dice espressamente che nessun Moabita potrà entrare nella comunità del Signore poiché questi non vennero incontro agli Israeliti con il pane e con l’acqua al momento dell’esodo dall’Egitto.
Il racconto ci dice che Noemi rimase sola, dopo che il marito e i suoi due figli morirono. Ormai anziana e sola non volle trattenere presso di sé le nuore e le invitò a ritornare a casa loro. Una di queste, Rut, non volle però lasciare Noemi: “Non chiedermi di abbandonarti! Lasciami venire con te. Dove andrai tu verrò anch’io; dove abiterai tu abiterò anch’io. Il tuo popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio.
Dove tu morirai, morirò anch’io e lì sarò sepolta. Il Signore dovrà punirmi se io ti lascerò. Solo la morte potrà separarmi da te”.

Nella relazione tra queste due donne notiamo come pregiudizi inveterati vengono guariti, appunto quella diffidenza che aveva reso ostili tra loro Israeliti e Moabiti; nell’intimità tra queste due donne la memoria viene purificata attraverso l’esperienza della fragilità.
Non solo. Dall’esperienza della propria debolezza, che diventa anche solitudine alla fine della vita di Noemi, nasce l’inaspettata fedeltà. “Dove andrai tu verrò anch’io; dove abiterai tu abiterò anch’io”.
Noemi fa l’esperienza che questa straniera e forestiera, Rut, colei che la legge del Deuteronomio escludeva, dalla comunità d’Israele, le ridà non solo la vita ma intima amicizia. “Non ti lascerò mai, sarò sempre con te Noemi”. L’affetto reciproco tra queste due donne è sacramento della stessa fedeltà di Dio.
Sulle labbra di Rut risuonano quasi profeticamente le parole stesse di Gesù: “Io sarò con te, tutti i giorni, sino alla fine” (cf Mt 28,20).  Dall’esclusione e dal rifiuto, all’abbraccio all’intimità: attraverso la povertà condivisa.

Un tesoro in vasi d’argilla. Sì, è un tesoro il dono della fedeltà di Dio verso di noi: incondizionata, immeritata e sempre nuova. E perché rimanga chiaro ed inequivocabile che è incondizionato, immeritato e sempre nuovo questo tesoro, l’amore di Dio ci viene comunicato in vasi d’argilla.
“Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Dio dichiara questo Suo amore folle proprio in quelle situazioni in cui ci sentiamo più estranei a Lui, in quella condizione che di più ci estranea a Lui: cioè il peccato. Non solo.

Dio dimostra questo amore incondizionato ed estraneo a noi attraverso chi sistematicamente escludiamo dalla nostra vita: lo straniero e l’emarginato. Non è un caso che sia proprio il samaritano, colui che è forestiero e diverso, a salvare il giudeo nella parabola raccontata da Gesù; non è un caso che sia Anania – uno di quei cristiani che Saulo voleva eliminare – a ridare luce agli occhi di Saulo; non è un caso che sia stato l’ebreo sterminato nella Shoa’ a ridare alla Chiesa la coscienza della propria identità e delle proprie radici ebraiche.
È stato l’incidente e la rovina del giudeo che scendeva da Gerusalemme a Gerico a far incontrare il giudeo e il samaritano; è stata la miseria di Paolo, la sua cecità, a divenire il ponte che ha reso possibile l’incontro tra il fariseo Saulo e il cristiano Anania; è stato lo sterminio del popolo ebraico nella Seconda Guerra Mondiale a far nascere il dialogo ebraico-cristiano.

Questa è la logica incredibile di Dio e Paolo sperimenta questo modo di agire di Dio direttamente sulla sua pelle, tanto da fargli riconoscere che il tesoro dell’amore di Gesù Cristo crocifisso che “ha dato la sua vita per me “ (Gal 2,20) è custodito in vasi di terra, in vasi che si possono facilmente rompere “perché sia chiaro che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi”.

Gli insuccessi e le sue miserie permettono a Paolo di crescere in umiltà. Ma questa logica trova la sua origine in Cristo Gesù il quale umiliò se stesso accettando fino in fondo la condizione umana e la marginalità estrema della stessa morte in croce, per unire nel suo corpo l’ebreo e il pagano, distruggendo così il muro di separazione e di esclusione tra gli uni e gli altri.  
Dio ha scelto, infatti, la fragilità della condizione umana, la piccolezza del  bimbo di Betlemme e l’insignificanza di ogni situazione di marginalità della nostra vita, perché si scoprano cammini di riconciliazione laddove vi è solo ostilità; per scoprire possibilità laddove si constata solo sconfitta. 
Se è Dio a non aver rifiutato la fragilità, perché dovremmo essere noi?  Laddove l’orgoglio costruisce mura alte di pregiudizi e di ostilità, la debolezza e fragilità – qualora accettate – fanno trasparire la presenza e l’azione del Signore che ci visita e ci guarisce.

La Chiesa può rinchiudersi nelle proprie intangibili identità e tradizioni, escludendo chiunque sia diverso dentro le proprie istituzioni e rifiutando chiunque sia extra ecclesiam.
Ma la Chiesa può anche intraprendere la strada di Paolo, il quale si è fatto tutto a tutti, ebreo con gli ebrei e pagano con i pagani (cf 1Cor 9,23), lasciando che la differenza degli altri definisca l’identità propria piuttosto che comprendere questa diversità come una minaccia o una perdita.
Entrambe le svolte sono possibili. Una situazione di crisi è una situazione nella quale con l’esaurirsi di antiche strade si crea lo spazio per nuove possibilità.
Una situazione di crisi è pertanto una sfida, e un tempo per prendere delle decisioni. Ricordiamo che Pietro riceve il suo ministero nella chiesa riconoscendo il proprio tradimento e accettando l’amore incondizionato del Signore: solo attraverso il riconoscimento della propria debolezza Pietro è in grado di pascere il gregge e farsi carico dei suoi fratelli. Felix culpa.
Lo stesso avviene per l’apostolo Paolo. Egli vive il suo ministero, riconoscendo che solo la grazia gli basta. “La mia potenza, gli dice il Signore, si manifesta pienamente nella debolezza. Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10).

C’è una fecondità profonda tra debolezza e ministero che viene contestata nella  volontà di escludere dal ministero ordinato candidati con orientamento omosessuale. Questa fecondità viene a vari livelli e in vari modi rifiutata dalla Chiesa. Non si tiene presente, invece, che Cristo ha riunito insieme i figli di Dio che erano dispersi proprio mediante la sua debolezza e fragilità, riconciliando gli uni e gli altri mediante la debolezza della sua morte.
“Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1Cor 1,26-31). La Chiesa sarà sempre di Cristo,  se saprà accogliere il diverso, il forestiero e l’emarginato

Vorrei indicare con una figura – ben conosciuta ai cattolici  – come Dio scelga ciò che nel mondo e nella Chiesa è considerato indegno e vergognoso per confondere i sapienti e coloro che si ritengono giusti e a posto. Nell’agosto 1996 morì uno dei migliori e più letti scrittori cattolici, a cui si sono formate generazioni di seminaristi, di religiose e di molti laici cattolici e non: Henri Nouwen.
Chi può dimenticare alcuni dei suoi libri più interessanti ed affascinanti: La voce dell’amore; Adam, amato da Dio; Il guaritore ferito; Sentirsi amati e L’Abbraccio benedicente: Meditazione sul ritorno del figlio prodigo? Tutti noi abbiamo ricevuto consolazione leggendo le pagine di Nouwen: come l’argilla della nostra vita riusciva a dischiudere la ricchezza del dono di Dio e mostrarci l’amore incondizionato del Padre .

Ebbene, nella biografia recentemente scritta da Michael Ford, intitolata Un profeta ferito si viene a sapere attraverso scritti di Nouwen e testimonianze di suoi amici come anche lui vivesse sulla sua pelle e nella sua affettività l’argilla e la fragilità di coloro che la Chiesa vorrebbe ora escludere una volta per sempre. Anche Nouwen, come altri, ha sperimentato cosa voglia dire custodire un tesoro in vasi d’argilla.

Un brano della letteratura rabbinica ci ricorda che “come il vino non può conservarsi nell’oro e nell’argento, ma solamente nel più vile dei recipienti, quelli di argilla, così le parole della Torà non si conservano in colui che si considera come oro o argento, ma in chi si stima come l’ultimo dei recipienti, appunto d’argilla” (Sifré su Dt 11,22). L’immagine dei vasi d’argilla non ha solo un significato per la spiritualità individuale, ma ha un’importante applicazione ecclesiologica.

Non solo il singolo cristiano è chiamato all’umiltà, ma anche la Chiesa è chiamata a divenire sempre più umile. Accogliendo la propria miseria e fragilità umana, riconoscendo le proprie infedeltà, la Chiesa saprà offrirsi come vaso d’argilla capace di custodire il buon vino dell’amore di Dio. “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rom 15,1).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...