Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 22, 2009
Recensione di Matteo del gruppo Kairos di Firenze
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Di ritorno dal loro matrimonio a Madrid, Giacomo e Miguel, finalmente marito e marito, decidono di fare tappa a Brindisi, città natale di Giacomo.
Il quale ha finalmente deciso di presentare il consorte alla propria famiglia, fino ad allora all’oscuro perfino della sua omosessualità.
E’ questa l’occasione che permette a Giacomo di confrontarsi con una mentalità diversa da quella della capitale spagnola, dove si è sposato, ed anche da quella della città del nord dove, frequentando l’università, ha conosciuto suo marito. Ecco così affiorare il pregiudizio, l’incomprensione, l’ostilità dei genitori e dei parenti più prossimi.
Il cattolicesimo chiuso e provinciale della sua famiglia ha modellato una realtà mentale anni-luce più arretrata rispetto a quella dei suoceri spagnoli, che pure si trovano a solo due ore di volo da Brindisi, alla stessa latitudine nel tempo e nello spazio.
Ma ecco anche emergere qualche spiraglio di cambiamento e di speranza. Specialmente fra i propri coetanei, Giacomo riscontra l’affetto e la vicinanza, talvolta inattese, di chi è disposto a rivedere i propri pregiudizi e ad accogliere lui e suo marito con una stretta di mano ed un sorriso.
La prosa è fluida, accattivante, l’intreccio complesso, continuamente oscillante fra il presente e le frequenti analessi che danno al lettore una chiave prospettica per comprendere la realtà umana del protagonista, ma recuperarne anche il passato.
I personaggi, pagina dopo pagina, si confrontano con la diversità, crescono lentamente, come l’amico Alessandro, o rapidamente, come il fratello Matteo.
Ma non manca anche la chiusura aprioristica, come quella della sorella Giulietta, impressionante ma purtroppo così realistica nella sua ottusa e isterica bigotteria, pronta a riversare giudizi e insulti, ma incapace di amare il prossimo, anche quando il prossimo è il proprio fratello.
L’autore ha pubblicato in proprio questo suo primo libro, ma dimostra una maturità ed un’abilità letteraria abbastanza rare per gli esordienti. Ci auguriamo che possa trovare una casa editrice capace di dare al libro la diffusione che merita.
Sicuramente attraverso la circolazione di letture, di esperienze e di conoscenze passa quell’educazione civile capace di infrangere le barriere dell’ignoranza e del pregiudizio.
E fare del nostro Paese un luogo di accoglienza e di incontro dove le esperienze bizzarre e “diverse” dei pochi possano divenire, ancorché inconsuete, “normali” agli occhi dei molti.
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Ventmauvais, Marito & Marito: un coming out familiare un po’ particolare, Roma 2009.
In libro è in vendita solo on line su www.ilmiolibro.it
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 19, 2009
Senza conoscenza non è possibile quella libertà che è il presupposto di fondo della pace. Per questo è nato a Firenze il ciclo d’incontri di ‘Scuola di Pace’. Sette appuntamenti aperti a tutti.
Quattro nel solco del Concilio Vaticano II, per capire cosa realmente la Chiesa cattolica dovrebbe proporsi in questo tempo, attraverso i grandi documenti che ne sono frutto, soprattutto in relazione ad alcune questioni di stretta attualità, come il rapporto con le culture altre, la realtà della stessa Chiesa, il suo rapporto con il mondo e la contemporaneità.
Due incontri, uno dedicato alla conoscenza del popolo Rom e uno alla dimensione storica dell’immigrazione per combattere diffuse mezze verità e il pregiudizio.
Un momento conviviale conclusivo alla Casa della Pace di Firenze perché LA PACE è UNA FESTA da costruire insieme.
Gli incontri di ‘Scuola di Pace’ sono organizzati dal Punto Pace di Firenze di Pax Christi, in collaborazione con la Comunità delle Piagge, le parrocchie di Ricorboli, Settignano e della Madonna della Tosse.
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PROGRAMMA
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Venerdì 20 novembre 2009 Parrocchia Santa Maria a Ricorboli, Via Marsuppini Carlo 7. ore 21
La chiesa che dovremmo essere: la memoria viva del Concilio Vaticano II
relatore Monsignor Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea che ha partecipato a tre sessioni del Concilio Vaticano II, una delle figure di riferimento per il movimento pacifista d’ispirazione cristiana.
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Martedì 15 dicembre 2009 Comunità delle Piagge. ore 21
Cattolicesimo ed altre confessioni religiose: la svolta conciliare
relatore Don Alfredo Jacopozzi, Direttore Istituto Superiore di Scienze Religiose, Facoltà Teologica Italia Centrale, Firenze
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venerdì 15 gennaio 2010 parrocchia Madonna della Tosse, via Giovanni Pascoli (zona Ponte rosso). ore 21
Una chiesa in comunione:le indicazioni della Lumen Gentium
relatrice professoressa Serena Noceti, Docente di teologia sistematica presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale
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giovedì 18 febbraio 2010 circolo Andreoni, via D’orso 8 (Coverciano). ore 21
Accoglienza dialogo reciprocità: quel che rischiamo di non sapere sull’ immigrazione.
Dopo la proiezione di ”Come un uomo sulla terra “ interverrà l’avv. Luigi Mughini
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lunedì 15 marzo 2010 Parrocchia S. Lorenzo alle Rose, via Quintole per le Rose. ore 21
Un popolo dalla storia negata: le molte falsità sui Rom
esponenti della Comunità Rom faranno conoscere la loro cultura
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giovedì 15 aprile 2010 parrocchia di S. Maria a Settignano, Piazza Niccolo’ Tommaseo 18 (Settignano). ore 21
Non per condannare ma per salvare: Chiesa e mondo nella Gaudium et Spes
relatore Don Andrea Bigalli, parroco, saggista e consigliere nazionale di Pax Christi
sabato 22 maggio Casa della Pace, via Quintole per le Rose. ore 20
LA PACE é UNA FESTA cena conviviale, commenti e saluti
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 16, 2009
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Il tema principale della vita è la ricerca dell’identità, intesa come comprensione e accettazione di sé. L’identità è ciò che siamo.
Ma io chi sono? Sicuramente una persona in ricerca! Ma a che punto sono? Quali sono le mie paure, speranze, sogni, desideri e come influenzano, bloccano o liberano il mio agire e il mio essere?
Certo fughe e aggiustamenti fanno parte della nostra vita, in fondo cerchiamo di vivere come siamo capaci, ma di fronte alla fatica di vivere decidiamo di essere o di non essere noi stessi?
Nel nostro cammino, quale senso do alla mia fede? E’ un rifugio di certezze o una strada verso la salvezza?
Ognuno di noi ha dovuto fare un cammino di Esodo, ovvero ha dovuto lasciare le proprie certezze per costruire la sua identità.
Scopriamo insieme a che punto siamo perché, come dice il Vangelo, “La verità vi farà liberi”.
Un tema su cui ci confronteremo a Kairos, nell’incontro di Sabato 24 ottobre 2009, con l’aiuto di Maurizio Mistrali, medico-chirurgo e psicoterapeuta di Parma.
Al termine, alle 20.15 circa, consueta cena autogestita. Tutti portano qualcosa da sgranocchiare e lo condividono con gli altri.
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Incontro su: IDENTITA’: ESSERE O NON ESSERE
Sabato 28 novembre 2009, ore 17,30/20.00
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 16, 2009
Articolo di Don Andrea Bigalli tratto dalla rivista Incontri, semestrale, n. 2, luglio-dicembre 2009
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Vi sono elementi, nella dinamica delle complesse relazioni tra individui ed istituzioni, che hanno il potere di riassumere in sé prospettive ampie, di comprensione di un contesto.
Una delle grandi questioni della contemporaneità è giustappunto il rapporto tra le istanze presentate dalla persona (intesa non solo in senso emblematico ma anche come emergere delle esigenze e dell’importanza del singolo in quanto tale), e la struttura di cui essa fa parte, che per molti aspetti la definisce, regolamentando, favorendo o impedendo diversi aspetti della sua esistenza.
La società si dà norme, regole, modalità: a noi adattarsi ad esse e promuoverle o entrarvi in conflitto, cercando di cambiarle.
Alcune strutture della socialità assumono dimensione più rilevante di altre sul piano della produzione delle regole: la Chiesa Cattolica si prende carico di una complessiva difficoltà a definire le prospettive etiche e per questo sicuramente vive una serie di contrasti, che si focalizzano spesso sul rapporto tra diritti personali, legge, strutture del governo e del consenso sociale.
L’evoluzione dei costumi, con il sorgere di nuove opportunità, rese magari possibili dall’evoluzione tecnologica, comporta la necessità di definire liceità o inammissibilità (a volte addirittura proibizione) dei comportamenti e delle scelte. In una crescente fatica a definire i soggetti di questo processo – vista la perdurante crisi della realtà politica, che ne sarebbe la sede delegata – i conflitti tra esigenze e bisogni dei singoli e agenzie di senso etico diventeranno sempre più rilevanti.
Si pensi a quanto sta accadendo nell’ambito della bioetica, con un ruolo sempre più invasivo e devastante degli enti di informazione. Perché anche questo sta accadendo: il sistema mediatico ha un’importanza cresciuta fino alla totale pervasività, non c’è dibattito pubblico che da essa non sia registrato – e fin qui d’accordo, è suo compito – e soprattutto diretto e indirizzato, nella rinuncia pressoché generalizzata ad ogni istanza educativa.
Prima che tale dibattito arrivi nelle sedi deputate per la discussione pubblica (i sistemi giuridici, le aule parlamentari, i luoghi dell’elaborazione culturale), è vissuto in chiave definitoria presso trasmissioni televisive, prime pagine, salotti in cui si incontrano le persone che gestiscono, talora elaborano le notizie, non limitandosi a diffonderle e commentarle.
Sono in discussione i presupposti usuali della riflessione collettiva; questo fenomeno tende sempre più a banalizzare e involgarire i risultati di un processo che, dovendo arricchirsi a più livelli per la maggior complessità del reale, è al contrario sempre più soggetto alla banalizzazione.
Di tale dinamica soffrono particolarmente tutti gli attori sociali che propongono nel proprio agire una prospettiva etica: la chiesa cattolica è, tra questi, probabilmente la più discussa, e, nel contempo, l’ente che ha le maggiori difficoltà nel chiarire il proprio messaggio, l’intento complessivo della propria presenza sociale.
Forse perché le risultano sempre più difficili da comprendere, almeno fintanto che la maggior parte dei suoi membri si mantengono – come sovente accade – lontani dalle indicazioni del Vangelo, le sue autentiche istanze; non quelle che si presumono siano tali.
L’ignoranza della dottrina spesso produce una strumentalizzazione che riguarda sia le persone che sono di fronte al dettato etico della chiesa, che non possono rendersi conto se quanto viene detto loro è realmente indicazione di fede, sia buona parte del clero, che perdura spesso nel terrore che il popolo di Dio assuma posizioni critiche ben fondate se formato a dovere.
Grazie anche a questa ignoranza il rapporto tra cristiani e società laica resta difficoltoso, chiede continuamente la necessità di un rigore comunicativo e informativo. Difficoltà analoghe di comunicazione invece nascono proprio da differenze di impostazione etica, diverse chiavi di lettura dei fenomeni umani, dei comportamenti vissuti.
Da tempo la morale sessuale cattolica è intesa da buona parte della società – a torto o a ragione – come particolarmente inadatta a definire in tale campo le reali esigenze delle persone.
Nel contempo si può affermare senza particolari discussioni che essa è ancora in possesso di un sistema etico ben definito, uno dei pochi con cui ci si può confrontare a livello sociale ed individuale. Inevitabili quindi i motivi di frizione.
Quanto sto per scrivere non esula da questa considerazione: ma cercherà di porsi su di un altro piano, quello del come si debba tentare di costruire sistemi etici che mettono al loro centro anche le istanze delle minoranze, con un atteggiamento di ascolto e di accoglienza quale il Vangelo stesso richiede.
L’omosessualità è uno dei temi su cui molto si è discusso e che si presenta da tempo come uno degli argomenti può controversi. Da quando il movimento per la rivendicazione dei diritti per le persone omosessuali si è definito storicamente, introducendo anche istanze significative, indubbiamente legittime come la fine della discriminazione e della repressione violenta (si veda a proposito un bel film del regista statunitense Gus Van Sant del 2008, “Milk”, sull’attività e l’omicidio del primo politico americano eletto in quanto gay, Harvey Milk), la Chiesa si è trovata un interlocutore spesso polemico, peraltro non del tutto esterno al cattolicesimo, visto che i gruppi di omosessuali credenti sono molto più numerosi di quanto non si pensi.
Questo movimento contesta su vari piani l’insegnamento e la prassi pastorale della gerarchia cattolica, accusandola di avere posizioni di totale chiusura, intenti manifestamente repressivi.
Su di un livello immediato si può pensare che l’elemento più controverso da parte ecclesiale sia la valutazione dell’identità omosessuale, ma questa in realtà non è considerata negativa di per sé. Se si parte dalla considerazione che la condizione omosessuale non la si può scegliere e che la maggior pare delle persone che la vive niente ha potuto per non esserne parte, la condizione non è peccato di per sé.
Quel che la Chiesa contesta come immorali sono gli atti con cui si esprime l’amore omosessuale, ritenendo che essi siano contro natura, espressione di un disordine intrinseco.
Qui la dottrina chiede di essere esplicitata meglio, ma sembra che essa non possa fare a meno di definire l’omosessualità come una realtà comunque sbagliata – nonostante la premessa su una condizione di solito non liberamente scelta – dal momento che si considerano così negativi gli atti conseguenti, l’espressione fisica dell’identità.
A sostegno di questa interpretazione si può aggiungere che in tempi recenti si è definita la incompatibilità tra condizione omosessuale e ministero ordinato, impedendo ai gay di chiedere di essere ordinati presbiteri.
Si crea una contraddizione su cui occorrerà fare chiarezza: si rispettano le persone in quanto tali – il magistero condanna l’omofobia, non solo quella violenta: si parla dell’esigenza di non discriminare – ma nel contempo, condannando gli atti, si chiede alle persone omosessuali di non esprimere la loro dimensione affettiva, quindi in ultima analisi si vieta loro di vivere una parte consistente della propria identità.
Il problema resta quello di valutare che peso abbia la sessualità direttamente vissuta attraverso la genitalità nella vita delle persone, se sia giusto chiedere che non la si esprima anche a chi non abbia fatto scelte specifiche in tal senso. Su questo la sensibilità attuale si pone molto lontano dalla visione cattolica.
A tale quadro bisogna aggiungere quanto sia difficile affrontare la questione legata alla sessualità omosessuale nella chiesa cattolica (e non solo): permangono in molti i concetti di malattia, di anormalità, di una prospettiva intrinsecamente negativa coinvolgente vari aspetti della vita di queste persone, che continuano ad essere pensate in una diversità pericolosa o offensiva.
Continuano i pregiudizi sulle figure professionali, si pensa ancora che un maestro omosessuale sia pericoloso per i propri allievi, come se la tendenza fosse automaticamente corruttrice, capace di indurre a sua volta alla condizione.
Permane l’equazione omosessualità uguale pedofilia, che è particolarmente offensiva, tanto più quando si valuta che in realtà la maggioranza di chi soffre di questa patologia (questa è realmente una patologia, visto che coinvolge persone che non possono essere soggetti di una sessualità consapevole ed equilibrata) è eterosessuale.
Si vedano pure le polemiche riguardo al cambiamento dell’inclinazione sessuale, che secondo alcuni psicoterapeuti sarebbe possibile, consentendo la “guarigione” dell’omosessuale: su tale argomento le associazioni di gay annotano che si continua a pensare la condizione omosessuale nei parametri della patologia.
L’argomento è serio, non è proprio il caso di finire sui giornali perché si provano ad adoprare riti di esorcismo o terapie di accatto.
Inoltre non dimentichiamo che la problematica resta aperta in seno alla chiesa cattolica valutando anche il dato che una parte, minoritaria ma consistente, di clero vive questa identità: le testimonianze a riguardo si moltiplicano, indicando il disagio di chi sta vivendo una dimensione di totale rimozione della propria condizione all’interno di un ente che disapprova pubblicamente ciò che si vive in realtà parallele.
La problematica si focalizza infatti sulla perdurante chiusura che le gerarchie cattoliche oppongono alla necessità quantomeno di dialogare con associazioni e gruppi.
Mi capita spesso di sentir dire dai gay credenti quanto sembri assurdo al resto del mondo omosessuale il loro voler vivere la dimensione di fede nella chiesa cattolica, che li disprezza e reprime.
Tradotto, il dato indica che c’è un ambito pastorale che la chiesa ha per lo più abbandonato a sé stesso: è difficile portare l’annuncio evangelico quando si da ad intendere che esso contempli l’idea che una persona è sbagliata in sé, che il suo modo di intendere l’affettività la colloca totalmente al di fuori dell’amore divino, che la propria realtà escluda dalla comunione con i cosiddetti normali e via dicendo, secondo molte affermazioni che in realtà non fanno parte della dottrina cattolica ma che rischiano di apparire come tale, anche per la poca chiarezza con cui le realtà ecclesiali si pongono la questione e formano sulla tematica.
Quanto sono accoglienti, in questa come in altre dinamiche, le comunità parrocchiali? Non è che davvero – come accennavo all’inizio di questo articolo – stiamo parlando in realtà di una questione che può essere compresa come un paradigma di come la chiesa cattolica stia vivendo una difficoltà generalizzata ad affrontare le questioni in cui la problematica della differenza si presenta come destabilizzante, capace di introdurre domande complesse?
L’omosessualità di molti credenti è un dato pastorale incontrovertibile, ammesso che ci si debba interessare solo di quelli che sono cristiani: non penso che introdurre ad un dialogo con una minoranza sia necessariamente accettarne in toto filosofie ed istanze.
Del resto, il passaggio che decreta l’inaccettabilità degli atti omosessuali condanna i gay a non poter esprimere la loro affettività. Mi chiedo se non sia il caso quanto meno di porsi la questione, rileggendo il dato alla luce dell’etica dell’intenzione, che vede anche molti atti eterosessuali non legittimi in relazione all’intento negativo con cui li si vive.
Al contrario, un atto omosessuale che esprima un sentimento autentico di amore, perché deve essere necessariamente condannato?
A meno che non si continui a ritenere e ad affermare che quello omosessuale in realtà non può essere considerato amore. Ma un sentimento inteso in coscienza come tale, perché deve essere giudicato in maniera così negativa? Se constatiamo che esso produce nella vita delle persone un cambiamento positivo e significativo – come deve essere per l’amore – non si può valutare ciò come un segno di evoluzione che testimonia della qualità del sentimento stesso?
La vita delle coppie testimonia bellezza ed orrore, siano esse omo od etero sessuali: passa dalla libera volontà dei suoi componenti come si svolge il percorso di vita, secondo l’aspetto etico che si vuol esprimere.
Conosco coppie omosessuali che hanno dato prova di un sentimento forte e significativo, soprattutto in vicende negative di malattia, sofferenza, itinerario verso la morte di uno dei due o di congiunti.
Vale quanto meno la pena di ascoltare. In realtà ciò è proprio quanto chiedono i gay; essere ascoltati, accolti su di un piano umano, messi in condizione di esprimere la sofferenza del rifiuto e della discriminazione per poter pensare, in seno ad una chiesa a cui molti vogliono continuare ad appartenere, i termini di un percorso di fede e di spiritualità che non faccia mai sentire alcuno escluso dalla misericordia divina e dalla responsabilità di rispondervi con atti di carità e di giustizia.
È grave sentir raccontare di preti che neanche vogliono ascoltare, minacciando le fiamme dell’inferno, o di contesti ecclesiali in cui si respira un’atmosfera omofobica, di riduzione a categoria.
Il mondo omosessuale resta in attesa che si smetta di pensarlo separato dal resto dell’umano: affermo ciò anche come provocazione verso le associazioni e i gruppi di gay e lesbiche, invitandoli a non pensarsi parte di una prospettiva esclusiva, talora autoreferenziale.
Ma fintanto persiste marginalizzazione e pregiudizio restano i motivi perché questa prospettiva persista. Sopprimere i ghetti è la priorità. Chi ci contesta dal loro interno ha i suoi motivi, validi e no: ci fa comunque il servizio di provocarci alla franchezza e alla verità dei linguaggi con cui comunicare con chi, magari attaccandoci, forse ci chiede di essere quel che dobbiamo essere, secondo l’esigente prospettiva evangelica del servizio al mondo, soprattutto a partire da coloro che soffrono.
Quanto scritto tesse semplicemente ipotesi di azione pastorale, che vanno intese in un’ottica molto più vasta di una semplice istanza di rivendicazione.
La diversità è questione che introduce domande complesse alla contemporaneità, domande a cui il cristianesimo non è certo inadeguato o poco attrezzato: il nostro codice genetico è definito da un Vangelo che provoca con l’annuncio della pace fattibile l’impossibilità di dialogo che le culture teorizzano, dichiarano, mettono in atto.
Nell’ottica pastorale si tratta di chiedersi se sia il caso di mantenere un gruppo così ampio di persone (e secondo la carità pastorale anche soltanto un individuo pone la questione del doversi mettere in relazione con esso) al di fuori persino del dialogo, rimuovendo la questione che introducono con la loro stessa realtà umana.
Una chiesa che si arrende di fronte ad una problematica condannando delle persone a diventare esse stesse un problema, per il semplice fatto che esistono, non è degna del Vangelo.
Le realtà umane hanno sempre spinto la comunità cristiana a cercare nuovi linguaggi di comunicazione, nonostante i propri reciproci limiti; siamo sopravvissuti anche ai roghi degli eretici, pur restando questa, con altre, una fase storica che ci macchia fino alla fine dei tempi.
Non si può far finta che degli esseri umani non esistano. Non molto tempo fa il Vaticano ha dichiarato che non appoggerà la richiesta francese all’ONU di chiedere la decriminalizzazione mondiale dell’omosessualità, che in molti paesi (93) è ancora reato, in troppi passibile di condanna a morte.
Si adduce per tale scelta la motivazione del rischio che ciò consenta discriminazione nei confronti dei paesi che non contemplano nel loro patrimonio giuridico norme per la tutela di alcuni diritti civili dei gay, come riconoscimento dell’unione di fatto, matrimonio, adozione.
Non su tutto ciò occorre essere concordi, ma sulla necessità che in alcune aree del pianeta cessi la repressione, si. Ho ancora negli occhi l’immagine dei cinque uomini impiccati in piazza ad una gru a Teheran perché avevano amato altri uomini.
Si muore ancora perché si ama. Un crimine di tal fatta ci provoca al di là delle questioni di principio, che nessuno impedisce alla chiesa cattolica di affermare nelle sedi appropriate: la tutela della vita delle persone precede però ogni altra questione.
Credo che tutti abbiamo bisogno di intendere i cristiani come ben determinati ad affermare il valore della vita in ogni ambito e non soltanto in alcuni, la libertà di esistere come diritto inviolabile.
In attesa del tempo in cui gli esseri umani saranno semplicemente persone senza che ci sia bisogno di definirle secondo altre categorie, la fatica di questa stagione diventa sempre più evidente nella negazione del loro valore.
Compito anche nostro entrare in una dimensione culturale che metta i presupposti non solo per alleviarla, ma per consegnare i suoi motivi all’archivio delle realtà esaurite. Come è accaduto per tante altre realtà di discriminazione che tanto ci hanno fatto soffrire.
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* Don Andrea Bigalli, 47 anni, è parroco di S. Andrea in Percussina (Firenze), consigliere nazionale di Pax Christi e membro del consiglio direttivo della rivista Testimonianze, autore di saggi, cinefilo.
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 5, 2009
Riflessioni di Fray Bernardo (Valencia, Spagna) liberamente tradotte da Dino e tratte da gionata.org
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Di umiliazioni ne sappiamo qualcosa, noi che siamo omosessuali. Alcune sono reali e altre ce le immaginiamo.
L’umiliazione pubblica, spesso, ci si presenta nell’immaginare il volto pieno di disprezzo degli altri…
Inoltre, mentre camminiamo per la strada abbiamo l’impressione di essere rifiutati e criticati dalle persone che ci guardano.
Si nota che sono gay? Richiamo l’attenzione per il mio abbigliamento? Tutti mi osservano?
E’ una vera piaga nel nostro amor proprio. E’ come se non potessimo accettarci né immaginare un futuro felice. Vorremmo sparire.
Magari stiamo trascorrendo una buona giornata, ma improvvisamente ricordiamo quell’umiliazione e l’allegria svanisce. O ascoltiamo un elogio a qualcuno e nasce in noi il dolore di essere omosessuali, il timore che qualcuno se ne accorga.
Questi sentimenti di solito si trasformano in un’amarezza che di colpo trafigge l’anima, nel bel mezzo di un buon pranzo, di una passeggiata, di un momento piacevole. Oppure si presentano durante il lavoro e ci fanno sentire che la nostra attività è inutile poiché siamo stanchi di indossare sempre una maschera.
Questi ricordi ci tolgono l’allegria, l’entusiasmo, l’iniziativa. Può trattarsi di un ricordo molto vecchio, ma che non smette di ritornare ogni tanto alla nostra memoria e ci tormenta. Ci mettiamo allora di fronte a Dio e ci lamentiamo di essere omosessuali. "perché io? perché non me l’hai evitato?".
Questo vuol dire negare la nostra storia, vuol dire condannare noi stessi per il fatto di esistere.
Signore, non ho imparato a guardare a me stesso con occhi di comprensione e con tenerezza. Punisco me stesso per essere come Tu mi hai fatto.
O Signore, voglio accettarmi, ed essere felice di essere come sono.
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Testo originale: Humillaciones
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 2, 2009
Testimonianze dei credenti omosessuali del gruppo Kairos di Firenze e de Il Ponte di Pisa
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Oltre un migliaio di persone ha assistito all’ultima messa celebrata, Domenica 1 novembre 2009, nel quartiere periferico fiorentino delle Piagge da don Alessandro Santoro, il sacerdote rimosso dal vescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, per aver celebrato le nozze religiose tra una donna nata uomo, Sandra Alvino, 64 anni, e il marito, Fortunato Tallotta, 58 anni, già sposati da anni con un rito civile.
La messa di congedo di don Santoro si è svolta su un prato, accanto al container adibito a chiesa, ed è durata circa due ore e mezzo. Tra quella folla traboccante di volti, storie e lacrime c’eravamo anche noi, uomini e donne di Kairos, il gruppo di cristiani omosessuali di Firenze, che proprio nella comunità delle Piagge cominciò ha muovere i primi passi, e c’erano anche gli amici del Ponte, il gruppo di cristiani omosessuali di Pisa, che hanno voluto portare anche il loro saluto.
Racconta Matteo del gruppo Kairos: “… Ieri sono stato alla messa alle Piagge. E’ difficile spiegare cosa sono state le Piagge per chi non ha vissuto quella realtà, dove pure il gruppo Kairòs è nato e cresciuto!! Nonostante il distacco del gruppo Kairos dalle Piaggie, avvenuto ormai 4 anni fa, don Alessandro e le Piagge sono rimasti costantemente presenti nella mia vita di fede. E lo dimostra l’insistenza, che può sembrare noiosa, con cui da kairossino “anziano” ne parlo sempre.
Anche se la mia vita ha toccato le Piagge solo per due anni, non esito a dire che hanno trasformato la mia vita. Per me è stata la prima esperienza in cui ho potuto essere me stesso di fronte agli altri e a Cristo. In altre parole, la mia prima vera esperienza di “Chiesa” (nonostante i precedenti 24 anni di vita parrocchiale …). E non rinnego il fatto che su quei prati, oltre a giocare a calcio, a fare pic-nic, a parlare di Dio e di sesso, mi sono anche innamorato … Ma non solo io …
Don Alessandro era visibilmente provato. Occhiaie, barba lunga e un po’ imbiancata. La messa è cominciata alle 11 e finita alle 2 del pomeriggio. In vari punti don Alessandro è stato obbligato a interrompersi, e insieme a lui piangevano un po’ tutti.
Una folla davvero grande, mille persone secondo il Corriere della Sera, che il container non riusciva a contenere. E neanche lo spazio antistante (per chi non lo sapesse, alle Piagge non esiste una chiesa, ma solo un container che funziona da Chiesa e da sede della Comunità).
Al contrario delle Messe normali, c’era una maggioranza di uomini e di giovani!! Mi ha fatto impressione vedere alcuni ragazzi delle “navi” (le case popolari lì attorno) che 5 anni fa pensavano solo a giocare a calcio, oggi lì sulle sedie, giovani uomini a ascoltare messa.
Cosa che sottolineo non a caso: le Piagge è stata una chiesa che ha saputo attrarre non solo sfigati, vecchi, e pie donne (come adesso si stanno trasformando le nostre chiese), ma gente bella e giovane, viva e vitale.
Don Alessandro ha commentato il brano del Vangelo di oggi (Le Beatitudini), ha parlato di ciò che ha significato le Piagge per lui, e ha fatto passare il microfono fra la folla. Non ho preso appunti, perché anche io non facevo che piangere. Ci ha invitato a fare come Gesù: a salire sulla montagna per guardare oltre.
Ha detto che siamo tutti rimasti all’antica alleanza, quella dei 10 comandamenti, dei dieci “non” e non abbiamo saputo leggere le otto beatitudini: “Beati voi”.
Ha detto che nella chiesa non ci possono essere esclusioni di sorta. Che l‘amore è uno, unico e universale, e ha esplicitamente citato gli omosessuali, dicendo che una chiesa che segua Cristo non può porre limiti all’amore.
Ha detto di diffidare dai benpensanti che dicono: vi accogliamo, vi accettiamo, ma fino a un certo punto. Ha detto che l’amore o è completo e senza limiti, o non è amore. E qui ha citato il vangelo: «amando i suoi, li amò fino alla fine».
Quindi, alzando la voce, ha detto che l’unica cosa che non accetta è che si ponga in discussione il gesto per cui è stato rimosso: quello che è stato «un atto di giustizia e d’amore».
Dentro di me ho confermato il giudizio che avevo di lui. Si può credere che sia un materialista, povero spiritualmente, più incline all’azione che alla preghiera, orizzontalista e comunista, ma don Alessandro è soprattutto un prete buono e un ottimo sacerdote.
Ricordo che le meditazioni alla lectio divina che il Kairòs faceva il martedì sera alle Piaggie erano di una profondità spirituale che le messe in Duomo se la sognano!”
Aggiunge Mauro del Ponte di Pisa che quello “è stato un momento molto commovente. Mi ci vorrà qualche giorno per razionalizzare tutto. Per parlarne più diffusamente. Ho ricevuto da don Santoro una forte testimonianza di amore per Gesù Cristo. Ho conosciuto Sandra e Fortunato e mi sono piaciuti moltissimo, a pelle.
Credo che le domande che ci siamo fatti noi, non ce le siamo fatte solo noi. E credo anche che nessuno pretendesse lì, stamane, di avere in tasca le risposte.
Questa, sì, ai miei occhi, al mio cuore, è stata una lezione di umiltà, forse anche una piccola profezia. Siamo riusciti a dire solo ciao a don Santoro.
La parte più importante, per noi, penso sia stata, ancora una volta, la assoluta serenità e il totale candore con cui don Santoro accoglie le persone, tutte, senza misurarle per come fanno l’amore, con chi si accompagnano, quanto si sentono e quanto sono conformi a presunte classi modali e normali.
C’è una forte e sana determinazione a non lasciare che il Cristianesimo sia ridotto a una morale sessuale o, peggio, a una gestione del potere e dei soldi che si possono raccogliere amministrando sacramenti…
Non sono le caricature ideologiche della legge naturale e le guerre di potere fra eticisti e relativisti, che avranno l’ultima parola. Non nella mia vita. Credo non nella nostra. Non nella nostra chiesa fiorentina e toscana. Penso che dovremo fare qualcosa anche noi”.
Intanto, dopo tutto quello che è accaduto, dopo le polemiche e l’allontanamento di don Santoro una domanda rimane aperta: “qual è il posto delle persone omosessuali nella chiesa cattolica, se un posto c’è?”.
L’esperienza ci ha insegnato che quotidianamente viene data una risposta positiva a questa domanda da parte di tanti preti, religiosi, parrocchie, comunità e gruppi cattolici fiorentini che hanno accolto in questi anni gli uomini e le donne del gruppo Kairos.
A questa domanda, purtroppo, non ha saputo dare ancora una risposta la Curia fiorentina. Da parte nostra la riporremmo ancora a mons. Betori quando, speriamo presto, lo incontreremo.
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 2, 2009
Articolo di Valerio Gigante tratto da Adista Notizie, n. 111, del 7 Novembre 2009
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Alle Piagge, popolare quartiere alla periferia nord-ovest di Firenze, don Alessandro Santoro ci era arrivato, da giovane prete, nel 1994.
Poi, nel 1996, l’allora arcivescovo della città, il card. Ennio Antonelli, gli aveva formalmente affidato la cura della comunità.
Con alcuni abitanti, aveva dato vita ad una vivacissima realtà ecclesiale di base che a poco a poco, grazie all’aiuto di tante laiche e laici, ha contribuito ad animare un quartiere spesso caratterizzato da situazioni di degrado e marginalità.
Erano così via via nati diversi progetti autogestiti: una bottega delle economie solidali; il Fondo Etico e Sociale, per finanziare progetti di promozione del territorio, il ‘progetto Villore’, esperienza di agricoltura biologica, accoglienza, vita in comune in Mugello; il doposcuola per i bambini; la scuola di alfabetizzazione per adulti e stranieri; le attività di recupero e riciclaggio dei rifiuti; quelle per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate; il laboratorio politico “Cantieri solidali” che partecipa attivamente alla vita civile della città; la casa editrice Edizioni Piagge; la testata l’Altracittà, un giornale che racconta la città di Firenze con una particolare attenzione al quartiere ed ai problemi delle periferie; il centro sociale “Il Pozzo”, che ha sede in un prefabbricato dove si svolgono durante la settimana gran parte degli incontri e delle iniziative della comunità e dove ogni domenica don Santoro celebra la messa.
Eucarestia che alle Piagge don Santoro d’ora in poi non potrà, suo malgrado, più celebrare. Il prete è stato infatti rimosso dal suo incarico dal vescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori.
La sua ‘colpa’, quella di aver sposato in chiesa, il 25 ottobre scorso, Sandra Alvino e Fortunato Talotta. Un matrimonio “fuori dai canoni” ecclesiastici, a giudizio della Curia di Firenze.
Sandra, 64 anni, è infatti nata uomo, anche se già dal 1974, dopo un’operazione per cambiare sesso realizzata a Londra, era diventata a tutti gli effetti una donna; tanto che lo Stato italiano le aveva permesso, nel 1982, di sposare con rito civile l’uomo che amava già da diversi anni.
Sandra, cattolica praticante, aveva però sempre desiderato coronare la sua storia d’amore ormai trentennale davanti all’altare, con il rito religioso. Così, dopo un cammino all’interno della comunità delle Piagge, già lo scorso anno don Santoro si era detto disposto a sposare in chiesa lei e Fortunato. Poi però, il 15 gennaio 2008, poco prima che le nozze fossero celebrate, arrivò il diktat del card. Antonelli, che obbligò don Alessandro a fare, seppure a malincuore, un passo indietro.
Ma alla fine l’obbedienza alla gerarchia nulla ha potuto di fronte alla necessità di obbedire al precetto di amore del Vangelo. Da questa obbedienza don Santoro, come egli stesso ha spiegato durante l’omelia pronunciata il 25 ottobre di fronte agli sposi e a tutta la comunità, non ha potuto esimersi.
Così, puntuale, la sera stessa del 25, è arrivato il comunicato della Curia di Firenze nel quale la celebrazione avvenuta alla Piagge viene bollata come la “simulazione di un sacramento”, “un atto privo di ogni valore ed efficacia, in quanto mancante degli elementi costitutivi del matrimonio religioso che si voleva celebrare”.
Una scelta, quella di don Santoro che, secondo la Curia, “assume particolare gravità in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove ciò era impossibile, nonché sconcerto e confusione nella comunità cristiana e nell’opinione pubblica, indotta a pensare che per la Chiesa siano mutate le condizioni essenziali per contrarre matrimonio canonico”.
Per questo, conclude seccamente il comunicato, all’arcivescovo non resta “che riconoscere con dolore e preoccupazione questo dato di fatto”, sollevando don Alessandro Santoro “dalla cura pastorale della comunità delle Piagge” e chiedendogli “di vivere un periodo di riflessione e di preghiera”.
Insomma, parroco rimosso, matrimonio nullo. Nullo, forse, per le leggi della Chiesa. Infatti, come lo stesso don Santoro aveva ricordato rivolgendosi a Sandra e Fortunato durante l’omelia, nessun provvedimento della Curia avrebbe potuto cambiare la realtà, perché “voi siete una coppia di credenti che vive nella Chiesa il suo essere coppia e questo il Dio della Vita benedice e accarezza”.
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 1, 2009
Dice il profeta Isaia: «Perfino i giovani si stancano [...] ma quelli che ascoltano la Parola di Dio ricevono forze sempre nuove, camminano senza affanno, corrono senza stancarsi» (Isaia 40,30-31).
Da qui nasce l’esperienza che le donne e gli uomini di Kairos, gruppo di cristiani omosessuali di Firenze, stanno portando avanti, ogni secondo lunedì del mese, incontrandosi per ascoltare e riflettere sulla Bibbia attraverso il metodo della Lectio Divina.
Così la bibbia, spiegata, e meditata diventa, incontro dopo incontro, un mezzo per imparare ad ascoltare le parole che Dio sussurra al nostro cuore che, troppo spesso, "può essere non circonciso (Deuteronomio 30,6 e Romani 2,29), di pietra (Ezechiele 11,19), diviso (Salmo 119,113 e Geremia 32,29), cieco (Lamentazioni 3,65)", tutte espressioni che descrivono il cuore dell’uomo lontano da Dio, appesantito dalle fatiche, dalle difficoltà e dagli affanni della vita (Luca 21,34).
L’ascolto silenzioso della parola, che la lectio ci offre, ci aiuta a rigenerare il nostro cuore, a dare senso alle parole bibliche e una nuova linfa al nostro cammino cristiano.
Un cammino che percorreremo, ancora una volta, tutti insieme lunedì 9 novembre, alle 21, con la guida di don Giacomo che commenterà, per noi e con noi, un nuovo brano tratto da Matteo 25, 31-46.
E tu che fai? Unisciti a noi perché, come ci ripete il Vangelo, “non c’è più Giudeo ne Greco, non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28).
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 1, 2009
Esserci per essere testimoni; potrebbe essere questo, il filo rosso di questi giorni.
Lo sappiamo che mettersi in piedi ed assistere ad una iniziativa domenicale o a una preghiera di sabato, invitati o meno, è sempre una seccatura. Ci sono tante altre cose da fare, da vedere, da vivere.
Siamo d’accordo con quanti dicono che il gruppo Kairos non è nato per fare rappresentanza, però a volte capitano dei momenti “particolari” in cui siamo chiamati a esserci… così sarà Sabato 31 novembre alla Chiesa Valdese di Via Micheli 26 (angolo via La Marmora), così sarà domenica 1 novembre alle Piagge…
Infatti Sabato il gruppo Kairos è stato invitato a vegliare in preghiera e a sottoscrivere un patto con cui s’impegna, insieme ad altri gruppi e rappresenti di chiese fiorentine “ad operare secondo principi, che non sono solo evangelici, nella difesa e promozione della dignità umana” nel mondo del lavoro.
Crediamo che in questo caso la nostra firma non farà certo la differenza; colpisce, però, il fatto che la Chiesa Valdese di Firenze ed altri gruppi di cristiani ci abbiano chiesto di FARLO. La cosa bella è, in questo caso, semplicemente esserci, normalmente, ordinariamente e basta… è un bel segno di accoglienza che merita di non essere sciupato.
Forse questi piccoli segni non cambieranno il nostro mondo ma ricordano, a tutti noi, che non dobbiamo mai smettere di operare e sognare il cambiamento “perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Luca 11, 10)
Ecco perché alcuni di noi saranno lì: forse arriveranno in ritardo a causa del traffico, ci andranno appena staccheranno dal lavoro, forse un po stanchi e trafelati, ma ci saranno per unire la nostra voce insieme a quella di altri.
Domenica, inoltre, altri tra noi saranno presenti anche all’ultima messa di Don Santoro, il prete della comunità di base delle Piagge, rimosso dalla Curia per aver voluto celebrare il matrimonio di una donna, nata uomo, con il suo compagno di una vita, un matrimonio già riconosciuto dallo stato ma non dalla sua chiesa.
Andare alle Piagge, tra i grandi condomini squadrati di questo quartiere periferico di Firenze, “… è un po’ un ritorno a casa visto che il gruppo Kairos è stato accolto, per alcuni anni, proprio nella comunità delle Piagge ed ha avuto come guida spirituale don Santoro. Sarà il nostro un arrivederci, non un addio, perché ogni inizio nasce sempre da una fine”.
Lo sappiamo che questi sono piccoli gesti, ma gesto dopo gesto, testimonianza dopo testimonianza, goccia dopo goccia qualcosa di bello può accadere… o forse già sta accadendo, basta tenere spalancati gli occhi e saper guardare intorno a noi.
Pubblicato da: kairosfirenze su: Novembre 1, 2009
Articolo tratto da Senzamargine, periodico del Ceis – Gruppo Giovani e Comunità di Lucca, anno VI, del 2 ottobre 2009
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Il gruppo Kairos fondato a Firenze nel 2001, è uno spazio d’incontro per persone che hanno voglia di confrontarsi su un tema che rimane – per molti – una spiacevole fonte di disagio: l’omosessualità.
L’esperienza di Kairos sconfina in un ulteriore tabù: è un gruppo di donne e uomini cristiani ed omosessuali.
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Il vostro gruppo vive serenamente due dimensioni considerate inconciliabili dalla società, soprattutto da quella religiosa: l’amore per Dio e l’amore per una persona dello stesso sesso.
Secondo la vostra esperienza i due slanci non si escludono a vicenda. Ma che significato date alla chiusura di una parte della Chiesa cattolica rispetto a questa realtà?
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Nella nostra società, solo da pochi decenni, l’amore omosessuale non è più considerato una malattia psichica o un crimine.
Ma scoprirsi gay o lesbica è sempre abbastanza dura: “perché io sono diverso?”, “riuscirò mai a trovare qualcuno come me da amare”, “a chi lo dico?”, sono alcune delle domande a cui ogni persona omosessuale si trova a dover dare risposta. Spesso si è soli in questo cammino; a volte nessuna risposta viene dalla famiglia, dalla società e, se si è credenti, spesso ci si vede condannati e respinti dalla propria chiesa.
Ecco perché è nata l’esperienza dei gruppi di credenti omosessuali, luoghi in cui gay e lesbiche cristiane possano insieme fare chiarezza dentro di sé, confrontarsi con altri amici di cammino e di fede ed imparare a rapportarsi con serenità con laici e religiosi della loro chiesa che vogliano ascoltarli – e sono tanti – ed aiutarli a rompere quella cappa di silenzio che avvolge questa scomoda tematica.
Molte delle chiusure a riguardo son o dovute spesso al fatto che, all’interno della chiesa cattolica, non si discute e non si conosce quasi nulla su questo tema.
Per esperienza diretta, quando i credenti omosessuali hanno iniziato un cammino di ascolto e dialogo reciproco con sacerdoti, religiosi e vescovi, molte chiusure sono cadute e, a volte, è accaduto che le cose abbiano preso un’altra piega, come nelle diocesi di Torino, Padova e Cremona dove è iniziata, da alcuni anni, una pastorale ufficiale per l’accoglienza delle persone omosessuali.
Invece in città come Milano, Firenze, Palermo, Roma, Catania e Napoli spesso e volentieri i gruppi di credenti dialogano con comunità parrocchiali e religiose in maniera serena. Tutto sta a cominciare.
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Parte della Chiesa cattolica non riconosce il rapporto omosessualità/amore, ma piuttosto considera l’equazione omosessualità = perversione/pedofilia. Da dove parte questo assioma? E che ferite apre laddove arriva?
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I pregiudizi sono facili a crearsi ma difficili a sradicarsi e nella chiesa cattolica, come nella società, spesso trovano terreno fertile.
E’ assurdo paragonare l’amore omosessuale, che nasce tra due persone dello stesso sesso che si amano, alla pedofilia che è – val bene ricordarlo – una forma di devianza sessuale che consiste nell’attrazione sessuale da parte di una persona matura nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora e, spesso, è accompagnata da violenza sessuale, fatta da un adulto nei confronti di un bambino o una bambina.
Anche Papa Benedetto XVI, nel suo recente viaggio negli USA fatto dopo lo scandalo del clero cattolico statunitense pedofilo, ha voluto precisare che la pedofilia e l’omosessualità non sono assolutamente la stessa cosa.
Che poi nella chiesa cattolica, a volte, taluni rilancino simili paragoni dispiace e fa molto soffrire perché non solo ciò è indice di grave disinformazione scientifica e di scarsa conoscenza reale delle persone omosessuali, ma costituisce anche un’inutile e inaccettabile cattiveria.
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Spesso la dimensione omosessuale è silenziosa, condivisa tra pochi amici fedeli e conosciuta, magari spesso a malapena tollerata, in famiglia. Fino a che punto è giustificabile la paura che guida questo silenzio?
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Scoprirsi gay o lesbica spesso non è indolore. Sapere che gli altri ti giudicheranno più per ciò che sei che per ciò che vali, non piace a nessuno.
Ma spesso è quello che si trovano a vivere molte persone omosessuali. Certo tante cose stanno cambiando, ma il cammino di accettazione di ciò che si è ed il viverlo con serenità è sempre complesso e passa anche attraverso i genitori e gli amici che dobbiamo aiutare a vincere il pregiudizio e a vederci davvero per come siamo. Si tratta, a volte, di un cammino abbastanza lungo.
L’importante è che la scoperta della nostra omosessualità non ci faccia chiudere in noi stessi o, peggio ancora, ci spinga a fingere di essere ciò che, dentro di noi, sappiamo di non essere.
In quel caso, rifiutare di affrontare e discutere questa scoperta e, per paura, mettere su matrimoni o fidanzamenti posticci, finisce per fare solo del male a noi e alle persone che ci amano.
Come dice una frase del Vangelo, solo “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32), sta a noi metterci in cammino per imparare a vivere serenamente ciò che siamo, così come Dio ci ha voluto.
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Kairos organizza da tre anni una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia a cui aderiscono anche gruppi di preghiera diversi dal vostro. Da dov’è nata questa idea? E che risonanza ha avuto nella società?
L’idea della veglia venne in un momento di grande sconforto. Erano i giorni in cui tutti i giornali parlavano della morte di Matteo (aprile 2007), un ragazzo di Torino suicidatosi perché stanco di essere insultato come “frocio” dai suoi compagni di scuola.
In quei giorni, noi di Kairos, ci incontrammo e il più giovane del gruppo pose una domanda “ma possibile che la nostra chiesa di fronte a questo dramma non sappia far altro che stare in un imbarazzato silenzio?”.
Decidemmo così di organizzare una veglia pubblica per pregare tutti insieme per il ragazzo torinese e per tutte le vittime dell’omofobia.
Tanti altri gruppi di credenti omosessuali accolsero il nostro invito e in poche settimane ben 14 veglie contro l’omofobia si celebrarono in Italia e all’estero in comunione con la veglia di Firenze.
Da allora ogni anno abbiamo ripetuto quell’esperienza e quest’anno le veglie organizzate a Milano, Padova, Cremona e Palermo si sono svolte pubblicamente, in alcune parrocchie cittadine con l’assenso del Vescovo locale.
Mentre a Firenze la veglia ha visto pregare per le “vittime dell’omofobia e di tutte le violenze” gli uomini e le donne del gruppo Kairos ed i gay cristiani de il Ponte di Pisa insieme con la comunità valdese, battista e vetero-cattolica fiorentina, al gruppo di Pax Christi, al gruppo inter-parrocchiale di Villa Guicciardini e a tanti catechisti provenienti da numerose parrocchie della città.
Ci è stato insegnato che la Bibbia è un Testo Sacro che condanna l’omosessualità. Ci sono, invece, brani di questo Testo che possono dar pace ad un omosessuale in quanto tale?
Per quanto possa sembrare strano i cattolici sono spesso definiti scherzosamente come “lettori del catechismo e non della Bibbia”.
Questo è un peccato perché solo scorrendo le sue pagine, soprattutto quelle dei Vangeli, si scopre che Dio ci ama così come siamo e ci chiama ad essere donne e uomini completi, in pace con noi stessi e portatori di pace agli altri.
Ma soprattutto leggere la Bibbia ci aiuta a fare piazza pulita di secoli di sentito dire, nelle sacrestie delle nostre chiese, e a capire davvero il senso del nostro cammino cristiano perché “chi ha paura non è perfetto nell’amore” (1Gv 4,18).
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Quali sono i passi della Bibbia in cui l’omosessualità viene esplicitamente condannata?
In realtà a sfogliare la Bibbia si trovano alcuni versetti che condannano l’omosessualità. Analogamente si possono trovare alcuni passi, a dire il vero molto più numerosi, che sanciscono che la schiavitù è giusta, che la donna è sempre inferiore all’uomo, che non bisogna mangiare molluschi, lavorare di sabato o indossare fibre di due tipi diversi.
Dimentichiamo spesso che la Bibbia è formata da numerosi libri scritti nel corso di diversi secoli, che riflettono quindi caratteristiche culturali, usi e idee di varie epoche e molti aspetti delle società antiche.
Prendere perciò alla lettera ogni versetto della Bibbia è da sciocchi.
Sui versetti biblici in cui si condanna l’omosessualità molti studiosi hanno già scritto è spiegato ripetutamente (cfr J. Alison, 2007, Fede oltre il risentimento) che, nella Bibbia, ci si riferisce con parole di condanna non alle persone omosessuali ma alle pratiche omosessuali che, in quei secoli, venivano utilizzate per celebrare riti in onore di divinità pagane o come forma di violenza per umiliare altri uomini.
La Scrittura, invece, non esprime alcun genere di riprovazione nelle bellissime pagine dedicate al racconto del rapporto omoaffettivo che univa Davide e Gionata “…. il cui cuore si attaccò a Davide in maniera tale che egli l’amò come se stesso” (I Sam 18,1).